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Interviste 3#: Duccio Basosi sulla crisi egiziana

Gli eventi egiziani non si svolgono nel vuoto, ma in un contesto segnato dalla crisi generalizzata del modello economico liberista e da venti di guerra drammatici nello specifico contesto mediorientale. Per comprendere il ruolo futuro dell’Egitto nelle relazioni internazionali del Medio Oriente sarà importante capire quali saranno gli effetti in Egitto di un possibile attacco statunitense alla Siria, le conseguenze per tutta la regione mediterranea, e le reazioni di Russia e Cina. 

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[dropcap]I[/dropcap]n Egitto possiamo considerare questo momento d’instabilità come una parentesi all’interno della svolta democratica del Paese dopo il 2011, o piuttosto un ritorno alla situazione precedente? Quali possono essere le conseguenze della liberazione di Mubarak?

Non credo sia possibile valutare l’andamento di fenomeni complessi come quelli egiziani se si parte dalla convinzione che le condizioni esistenti all’indomani di un qualche evento significativo (prima la caduta di Mubarak, poi le elezioni parlamentari e presidenziali, ora il colpo di stato dei militari) siano naturalmente destinate a durare nel tempo. Intendo dire che, in ogni singolo momento, dal 2011 a oggi, sono sempre state in atto forze contrastanti. Per schematizzare, queste fanno riferimento ad attori come l’esercito e gli apparati del vecchio regime, la Fratellanza musulmana e i giovani che hanno animato le proteste di piazza Tahrir. Gli eventi significativi di cui sopra hanno registrato di volta in volta l’evoluzione dei rapporti di forza tra gli attori in campo, ma non hanno annullato, di per sé, le dinamiche tra di essi e all’interno di essi. Inoltre, è bene ricordare che gli eventi egiziani non si svolgono nel vuoto, ma in un contesto segnato dalla crisi generalizzata del modello economico liberista e da venti di guerra drammatici nello specifico contesto mediorientale. Oggi in Egitto assistiamo a un ritorno in forze di quello che Limes ha chiamato “lo stato profondo”, che tuttavia non era mai stato scalzato del tutto dalle posizioni di potere occupate nei decenni di Mubarak e che ha condizionato anche il breve regno dei Fratelli Musulmani. Allo stesso tempo, per realizzare il colpo di stato, l’esercito ha dovuto in qualche modo appoggiarsi su una nuova mobilitazione della piazza. Resta però tutto da vedere se i giovani rivoluzionari accetteranno passivamente l’instaurazione di un nuovo regime militare qualora, come molti analisti ritengono, l’esercito utilizzerà la riconquistata centralità politica per portare a termine un disegno restauratore. Da questo punto di vista la liberazione di Mubarak non ha effetti pratici, ma certo ha un chiaro significato simbolico.

Qual è la relazione che sussiste fra i Fratelli Musulmani e i militari?

Si è spesso fatto riferimento alla battuta secondo la quale i Fratelli Musulmani hanno sempre vissuto “sotto un tetto”: critici del regime militare, ma entro certi limiti. In questo momento, con la leadership in carcere e i militanti massacrati nelle piazze, la relazione è ovviamente tesa. Si può ipotizzare che, con pragmatismo, la Fratellanza tratti la liberazione della propria dirigenza in cambio di uno stop alle contestazioni di piazza al regime. In tal caso si tratta però di capire quanta credibilità potrà mantenere agli occhi dei propri militanti. Resta che, sebbene espressione di culture politiche diverse, esercito e Fratellanza esprimono comunque concezioni autoritarie del potere e interessi conservatori in economia. Da questo punto di vista, uno dei dati politici più importanti degli eventi recenti è, per la seconda volta in due anni, la marginalizzazione politica, spero solo momentanea, dei giovani rivoluzionari.

L’annuncio da parte del Segretario della Difesa Hagel, sul mancato coinvolgimento statunitense in Egitto, è da interpretare come una presa di coscienza del fatto che l’influenza USA è diminuita o è piuttosto da imputare a una politica estera ancora non definita?

Credo che l’alternativa proposta non esaurisca le possibilità in campo. Bisogna intendersi sul significato di “non-intervento”. A mio modo di vedere, decidere di non interrompere i programmi di aiuto finanziario e di collaborazione militare con l’Egitto, lungi dall’indicare un non-intervento, indica una precisa opzione di sostegno al nuovo regime. Dal punto di vista dell’establishment statunitense, ciò che era atipico era il flirt con il governo dei Fratelli Musulmani, non certo la relazione con gli alti gradi militari egiziani, consolidatasi in trent’anni di rapporti economici e di esercitazioni comuni. Inoltre, non c’è bisogno di ricordare che proprio i militari egiziani sono stati per più di trent’anni (dalla firma degli accordi di Camp David nel 1978) una garanzia solida ai confini meridionali di Israele, con tutto ciò di positivo che ciò significa agli occhi della maggior parte del mondo politico di Washington. Ciò non è incompatibile né con la relativa riduzione della capacità statunitense di imporre il proprio volere all’estero (ma più che negli anni della Guerra Fredda, il picco di questo fenomeno fu negli anni Novanta), né con il complessivo focalizzarsi della politica statunitense sull’area del Pacifico, al quale stiamo assistendo.

Dal punto di vista delle relazioni internazionali non solo con le potenze europee e gli Stati Uniti, ma anche con i Paesi del Medio Oriente, quali crede che saranno le principali conseguenze dell’attuale guerra civile?

Non parlerei, per il momento, di guerra civile, sebbene la situazione sia al limite. Come detto sopra, ritengo che la situazione possa ancora evolvere in modi diversi e anche imprevedibili. Se però il regime militare dovesse stabilizzarsi, dal punto di vista della politica internazionale mi sembra si possano fare due osservazioni. La prima, condivisa da molti analisti, è che tale consolidamento incontrerebbe il sostegno di molti attori di peso: gli Stati Uniti e Israele, come già detto, ma anche l’Arabia Saudita e numerosi Paesi del Golfo. Turchia e Qatar, che avevano investito molto sui Fratelli Musulmani, possono non essere al colmo della gioia, ma non mi sembra che abbiano il peso per rovesciare il tavolo. L’Unione Europea rilascerà qualche dichiarazione senza alcun peso alla baronessa Ashton e poi si adeguerà, visto anche che nei prossimi mesi i governi europei saranno principalmente occupati dal tentativo di non far implodere l’euro. La seconda considerazione è che, per comprendere il ruolo futuro dell’Egitto nelle relazioni internazionali del Medio Oriente sarà importante capire quali saranno gli effetti in Egitto di un possibile attacco statunitense alla Siria, le conseguenze per tutta la regione mediterranea, e le reazioni di Russia e Cina. Le variabili in gioco sono moltissime.

Purtroppo, mi sembra che, con riferimento alla situazione siriana, gli strateghi della Casa Bianca siano più preoccupati di proiettare una certa immagine degli Stati Uniti nel mondo che di ponderare le reali conseguenze, non solo per l’Egitto, delle loro (eventuali) azioni.

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Duccio Basosi è docente di Relazioni Internazionali presso l’Università Ca’ Foscari di Venezia e di ‘International Oil Politics from the 1970s to the present’ alla Ca’ Foscari-Harvard Summer School. Ha ottenuto il dottorato in Storia delle Relazioni Internazionali presso l’Università di Firenze ed è autore di due monografie: “Petrolio e finanza. Gli Stati Uniti, l’oro nero e l’economia politica internazionale” (Venezia, 2012) e “Il governo del dollaro. Interdipendenza economica e potere statunitense negli anni di Richard Nixon, 1969-73″ (Firenze, 2006), per il quale ha ottenuto il premio SISSCO Opera Prima dalla Italian Society for the Study of Contemporary History nel 2007. 

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Photo Credit: Db.produzionifotografiche

White doves flying innocent

Se lo stupro rovina i colpevoli: il caso di Steubenville in Ohio

Il caso di Steubenville è un esempio lampante di quanto la cultura dello stupro sia radicata nella società odierna: basterebbero a dimostrarlo le foto e i video dei colpevoli, ansiosi di immortalare la propria bestialità. La lotta alla cultura dello stupro dipende anche dal contributo dei media.

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White doves flying innocent

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[dropcap]L[/dropcap]a notte dell’11 agosto 2012, a Steubenville, in Ohio, una ragazza sedicenne fu stuprata a più riprese da due coetanei; troppo ubriaca per opporre resistenza, la giovane fu trascinata di festa in festa per finire riversa su di un prato, dove le venne urinato addosso. A dicembre, il gruppo di hacker Anonymous ha reso noto un video in cui uno dei due stupratori definisce la ragazza ‘più morta di Trayvon Martin’ [un diciassettenne afroamericano vittima di un controverso caso di omicidio, NdT] e ‘più morta della moglie di OJ [Simpson]’. Il 17 marzo di quest’anno, i due ragazzi sono stati giudicati colpevoli di stupro.

Il trauma della vittima non è stato causato solo dalla violenza e dal relativo processo, ma anche dall’ostracismo e dalle minacce di morte che sono seguite alla denuncia dei genitori. Il 19 marzo, per esempio, due ragazzine sono state arrestate per aver minacciato la vittima tramite Facebook e Twitter. Ci si aspetterebbe un atteggiamento solidale da parte dei maggiori organi di stampa statunitensi, che sembrano invece essersi concentrati su altri aspetti.

Secondo la CNN, la vicenda avrebbe compromesso il ‘promettente futuro’ dei due aguzzini, ‘campioni di football’ e ‘studenti modello’. Secondo l’inviata che seguiva la sentenza, ‘l’alcool aveva fatto la sua parte’ nella vicenda; la giornalista, indugiando sulle reazioni dei due imputati alla lettura del verdetto, si interrogava sugli ‘effetti a lungo termine’ che la decisione avrebbe avuto sulle due giovani vite.

Un atteggiamento, questo, condiviso da altri network (ABC News, NBC, USA Today), agenzie di stampa (Associated Press) e portali di notizie (Yahoo News): la vita delle due ‘promesse del football’ e ‘orgoglio di Steubenville’ era stata rovinata; la vittima, ‘ubriaca’ e ‘drogata’, era tutt’al più menzionata di sfuggita. Nella trasmissione della ABC ‘20/20’, il processo diventava ‘un monito per tutti gli adolescenti che vivono nel mondo digitale’: il problema sembrava non tanto lo stupro, ma le fotografie scattate a celebrarlo.

Il caso di Steubenville è un esempio lampante di quanto la cultura dello stupro sia radicata nella società odierna: basterebbero a dimostrarlo le foto e i video dei colpevoli, ansiosi di immortalare la propria bestialità. Ma lo attestano anche le figure di spicco di Steubenville, il cui tentativo di insabbiare la vicenda è ora soggetto a un’inchiesta del Gran Giurì; lo conferma l’ostracismo riservato alla vittima; lo testimoniano i media, preoccupati più della fedina penale dei due aggressori che della dignità di una ragazza trascinata in giro come un giocattolo. Tuttavia, il dato più significativo è l’atteggiamento dei due, convinti di non aver commesso un reato, ma di aver agito come chiunque avrebbe fatto nella loro situazione.

In un tale panorama, non sorprende che le vittime di violenza sessuale si dimostrino reticenti e rinuncino all’azione legale. In Irlanda, per fare un esempio, solo il 30% di chi contatta il Rape Crisis Network (una rete europea di assistenza per le vittime di stupro) prosegue poi per vie legali. Ma la situazione non migliora quando le accuse arrivano in tribunale: nel 70% dei casi, tra il 2003 e il 2009, la difesa si è appellata alla condotta sessuale delle vittime; e il 47% degli imputati è stato assolto. Negli Stati Uniti, lo stato di ebbrezza della vittima è un attenuante per un solo crimine: lo stupro, di cui solo nove casi su cento arrivano alla Corte, e solo cinque si concludono con una condanna penale; singolare, se si tiene presente che, secondo una stima, ogni anno vengono stuprati 10.000 uomini e 90.000 donne. Nel Regno Unito, i casi di stupro si concludono con l’assoluzione del 42% degli imputati, mentre il 12% delle vittime rinuncia a procedere.

In Canada, ad Alberta, è stata lanciata di recente la campagna antistupro ‘Don’t be that guy’, che si sta diffondendo anche in molte università britanniche e irlandesi. Il messaggio, che meriterebbe una diffusione più ampia, è che tacere non significa dire di sì: senza un esplicito consenso, si tratta di stupro, ed è sbagliato. Ma se questo a molti può suonare ovvio, per altri non lo è ancora: e la lotta alla cultura dello stupro dipende anche dal contributo dei media.

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Articolo tradotto da Antonella Di Marzio

Articolo originale: Reporting the Steubenville Rape Case

Photo Credit: Muffet

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Obama e Reagan: visioni e scelte strategiche a confronto

Diversamente dalla pronta reazione di Reagan dopo gli avvenimenti del 1983 a Beirut, la presunta passività dell’attuale presidente americano, mostrata in seguito all’attentato di Bengasi, è necessaria per orientarsi in una situazione in progressiva, e soprattutto, imprevedibile evoluzione. Infatti, azioni preventive di tipo militare peggiorerebbero la percezione della presenza statunitense nelle aree di conflitto e in quelle geopoliticamente più sensibili.

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[dropcap]D[/dropcap]opo l’attentato all’ambasciata americana di Bengasi e l’uccisione dell’ambasciatore Stevens, il presidente Obama ha risposto con un atteggiamento risoluto ma cauto, in continuità con le scelte di politica estera del suo primo mandato: “The United States condemns in the strongest terms this outrageous and shocking attack … No acts of terror will ever shake the resolve of this great nation, alter that character, or eclipse the light of the values that we stand for“.

La volontaria preferenza per la locuzione “act of terror” e non “terrorism” dimostra quanto la strategia presidenziale in politica estera, nello specifico in quella mediorientale e nordafricana, sia orientata lungo un percorso divergente rispetto alla precedente amministrazione Bush, con una discontinuità sia linguistica che culturale. Dietro tale linguaggio si nasconde anche l’evidente necessità di ridimensionare un costante, e spesso strumentale, riferimento alla matrice “islamica” degli attentati. La volontà di non cedere alla facile tentazione di interventi militari conferma ancor di più la complessiva tendenza alla cautela e alla riflessione.

Una diversa motivazione di questa condotta è rintracciabile nell’ulteriore obiettivo di pervenire ad una stabilizzazione della situazione politica nel Medio Oriente e ad una complicata rivalutazione dell’immagine degli Stati Uniti. L’attuale presidente degli Stati Uniti si è mosso nella consapevolezza dei limiti politici dell’America in tale contesto e ha preferito un’impostazione realista al tradizionale idealismo tipico della politica estera statunitense. La presenza americana nelle vicende mediorientali e nordafricane nel corso del Novecento ha favorito l’acuirsi di tensioni, in particolare dopo l’11 Settembre e le guerre in Afghanistan e Iraq ordinate da Bush. Il sentimento antiamericano rinvenibile nelle azioni terroristiche contro obiettivi sensibili USA, accresciutosi nell’ultimo decennio, è uno dei maggiori problemi affrontati da Obama, eletto anche per la promessa di una complessiva normalizzazione.

Anche il recente viaggio in Medio Oriente definito dalla stampa, non a caso, un “maintenance trip”, ha mostrato l’approccio di Obama particolarmente attendista, quasi riflessivo e restio ad un intervento più incisivo, in virtù di un riposizionamento d’alto profilo lontano dal frenetico e tipico interventismo americano.

Il saggio di Fawaz Gerges, apparso a marzo su Limes, ben sintetizza nel titolo un’opinione assai diffusa sulla cosiddetta dottrina Obama: “Barack il cauto”. Nelle parole di Gerges si sottolinea il pragmatismo di Obama nel contesto mediorientale, orientato al mantenimento dello status quo evitando eccessi ideologici e favorendo un clima più sereno. Secondo Gerges, questo atteggiamento è frutto di un voluto disimpegno americano dal Medio Oriente in favore del Pacifico. Michele Basso, infatti, si chiede quanto quest’esito sia realistico, o quanto invece sia ancora determinante per l’America un ruolo pivotale nei contesti di crisi, confermando dunque la presenza di Washington seppur in maniera più “soft”.

Sotto molti aspetti la stessa politica di rivalutazione e ricollocamento americano venne attuata, sebbene con strategie differenti, da Ronald Reagan negli anni Ottanta. L’obiettivo dichiarato era quello di recuperare credito fra i paesi mediorientali nonché di favorire un processo di pacificazione, in uno schema però fortemente influenzato dal discorso di Westminster del 1982. La dottrina Reagan si fondava sull’idea ben definita di fronteggiare i sovietici a livello globale nei conflitti a bassa intensità, ossia non direttamente combattuti tra le due superpotenze, sostenendo laddove necessario anche gruppi di guerriglieri e oppositori di regimi filosocialisti o filocomunisti. Proprio questo versante della politica estera reaganiana, intrisa di un semplicistico quanto superficiale anticomunismo, incise positivamente nel confronto diretto con Mosca nel lungo periodo ma deteriorò fortemente l’immagine degli americani in altri contesti. L’invadenza statunitense, spesso maldestra, in faccende prettamente locali come il confronto tra Israele e Palestina o tra Iraq e Iran, condusse ad un irrigidimento delle relazioni internazionali in particolare in Libano, Iran e Centro-America. L’intervento americano in Libano, a supporto di Israele contro la Palestine Liberation Organization, che aveva sfruttato la guerra civile per insidiare gli israeliani, fu considerata un’azione di interferenza. La reazione a questo “reinserimento” nell’area fu molto violenta con una lunga serie di attentati e rapimenti di ostaggi che caratterizzarono l’intera presidenza Reagan. Il più clamoroso, ed in un certo senso assimilabile a quello all’ambasciata di Bengasi dello scorso anno, fu quello dell’ottobre del 1983 a Beirut, che vide la caduta di oltre 200 marines. L’attentato, poi rivendicato da Hezbollah, condusse ad un’estremizzazione delle scelte politiche americane a livello globale.

La reazione di Reagan fu perciò ben diversa da quella dell’odierno commander-in-chief. L’allora presidente repubblicano non ebbe nessuna riluttanza a parlare di “terrorism”, condannando l’attentato e pianificando un’azione militare di risposta, concretizzatasi nella missione Urgent Fury a Grenada. Nonostante la motivazione di facciata riguardasse la difesa di civili e militari americani nel paese, dove vi era stata una clamorosa avanzata del regime filosocialista, così operando Reagan manifestava la volontà di una politica muscolare che ristabilisse il ruolo predominante degli Stati Uniti.

Un tale modus operandi sembra sia stato abbandonato da Obama, che ha sempre rifiutato un coinvolgimento militare simile a quello dell’epoca Reagan. Secondo la lettura data da Del Pero, il rieletto presidente ha avviato una politica di “interventismo low cost”, improntata ad una generale cautela, “prossima alla passività”, dettata dalle premesse gettate dallo stesso Obama nelle campagne elettorali. Gli osservatori della comunità internazionale riflettono attualmente sulla validità di questo atteggiamento nell’approccio alle questioni mediorientali e si interrogano sul bisogno di un ruolo più decisivo e incisivo degli Stati Uniti.

Allo stesso tempo, non bisognerebbe dimenticare che il presidente non ha abbandonato del tutto lo strumento interventista: basti pensare all’utilizzo dei droni nelle aree di guerra o ad operazioni come quella che ha portato all’uccisione di Bin Laden.

Una simile condotta, nei risultati, non appare assai lontana da quella più aggressiva di Reagan poiché la spirale di antiamericanismo in Medio Oriente e nelle regioni limitrofe non appare affatto attenuata. In questo momento il dubbio maggiore consta nel chiedersi se l’attuale politica estera obamiana sia una scelta quasi obbligata e volontariamente prevista per mutare i rapporti di forza in contesti in continua evoluzione, anche alla luce dei grandi stravolgimenti politici e culturali degli ultimi anni. Molto probabilmente la presunta passività del presidente americano è necessaria per orientarsi in una situazione in progressiva, e soprattutto, imprevedibile evoluzione. Infatti, azioni preventive di tipo militare peggiorerebbero la percezione della presenza statunitense nelle aree di conflitto e in quelle geopoliticamente più sensibili.

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Photo Credit: isriya

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Serbia e Kosovo, il sottile confine tra verità politica e giuridica

Sono 98 i Paesi aderenti all’ONU, compresi gli Stati Uniti d’America e 22 Stati UE, che riconoscono il Kosovo tradizionale soggetto di diritto internazionale, sotto ogni profilo e a ogni effetto. Diversamente, più della metà degli Stati rappresentati all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite – Serbia, alcuni Stati Membri dell’Unione Europea e tutti i Paesi BRICS – negano un suo riconoscimento formale.

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[dropcap]“O[/dropcap]ggi è una giornata storica, un momento decisivo per il Kosovo e per la regione”. Con queste parole il primo ministro kosovaro, Hashim Thaci, lo scorso 2 aprile, aveva aperto l’ultimo incontro con Ivica Dacic, suo omologo serbo, a Bruxelles. Le trattative, vertenti sullo status della regione settentrionale (“Kosovska Mitrovica” o “Mitrovica”) del neo costituito Kosovo, assumono un valore particolare, tenuto conto del riconoscimento mai avvenuto da parte serba dello Stato kosovaro medesimo.

Proprio attraverso queste trattative, si potrebbe giungere a una nuova epoca per gli Stati coinvolti, per la regione balcanica e per l’Unione Europea (“UE” o “Unione”). Infatti, dallostatus giuridico di Mitrovica, almeno in parte, dipende il riconoscimento serbo di Pristina e da questo, a sua volta, la possibilità di ammissione della Serbia all’Unione.

Il 17 febbraio 2008, le autorità di Pristina, futura capitale, dichiararono l’indipendenza del Kosovo, regione con popolazione prevalentemente albanese, situata nella parte meridionale dello Stato serbo, al confine con Montenegro, Albania ed ex Repubblica jugoslava di Macedonia. Allora, come oggi, il Kosovo beneficia del supporto amministrativo dell’Organizzazione delle Nazioni Unite (“ONU” o “Organizzazione”), come disposto dalla risoluzione n. 1244 del Consiglio di Sicurezza del 1999 (“UNMIK”).

Attualmente, 98 dei Paesi aderenti all’Organizzazione, compresi gli Stati Uniti d’America e 22 Stati UE, riconoscono il Kosovo tradizionale soggetto di diritto internazionale, sotto ogni profilo e a ogni effetto. Diversamente, più della metà degli Stati rappresentati all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite – Serbia, alcuni Stati Membri dell’Unione Europea e tutti i Paesi cdBRICS – negano un suo riconoscimento formale.

Kosovska Mitrovica e, dunque, le trattative di martedì scorso appaiono determinanti per lo sblocco dei negoziati, in atto dal 2008, tra Belgrado e Pristina. Infatti, sebbene il Kosovo sia in maggioranza popolato da comunità albanesi, rappresentati circa il 90% della sua popolazione totale, le comunità serbe sono presenti e si concentrano nell’area settentrionale del neo Stato, in prossimità di quello serbo.

Una soluzione relativa a suddetta regione, potrebbe rivelarsi decisiva ai fini del riconoscimento serbo dell’intero Kosovo. Ciò comporterebbe almeno due rilevanti conseguenze. In primo luogo, verrebbe meno un notevole impedimento per l’ammissione serba all’UE e, quindi, per la possibilità di ulteriore allargamento di quest’ultima nella regione balcanica. In secondo luogo, l’azione serba potrebbe indurre altri Paesi a concedere quel riconoscimento politico fino a oggi negato e rappresentare una chance per l’affermazione di vecchi e nuovi equilibri internazionali.

Le trattative e, dunque, il riconoscimento assumono valore prettamente politico. Infatti, da un punto di vista giuridico, è prevalente l’orientamento che individua come elementi essenziali, per la costituzione del nuovo Stato, i cd. criteri di Montevideo.[1] Lo Stato, per essere tale, deve soddisfare precisi requisiti, con riguardo alla popolazione, al territorio e al governo, nonché alla capacità di instaurare delle relazioni giuridicamente rilevanti con altri soggetti di diritto internazionale.

A sostegno di quanto sostenuto dalla prevalente dottrina di diritto internazionale, in passato, è intervenuta la stessa Corte Internazionale di Giustizia (“Corte”). In particolare, già nel parere del 22 luglio 2010, la Corte non riconobbe alcuna violazione del diritto internazionale nell’unilaterale dichiarazione d’indipendenza ma, d’altra parte, neppure si espose per validarne il contenuto.

In seguito, si presentarono alla comunità internazionale nuovi casi, con simile oggetto, che confermarono quanto ritenuto dall’orientamento giuridico prevalente (rilevano, di recente, i casi di dichiarazione d’indipendenza della regione del Mali, Azawad, il 6 aprile 2012 e delriconoscimento della Palestina, in seno all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, il 29 novembre scorso), ossia la natura dichiarativa e non costitutiva del riconoscimento.

Sebbene, dunque, il riconoscimento serbo del Kosovo assuma valore prevalentemente politico e in nessun caso costitutivo, continua ad apparire estremamente rilevante per diversi attori ed equilibri.

Martedì 9 aprile, la Serbia ha infine annunciato di non essere disposta a sottoscrivere le proposte avanzate dalle autorità di Pristina, in accordo con l’Unione, in riferimento a Kosovska Mitrovica. Le proposte, infatti, non terrebbero in alcun modo conto degli interessi nazionali serbi, secondo Belgrado. Le trattative continueranno, nelle prossime settimane e nei prossimi mesi, ma dovranno essere altresì considerate le pretese serbe: autonomia esecutiva e amministrativa di Mitrovica, in materia di sicurezza, di polizia e di giustizia.

Nonostante i primi, immediati, segnali di disappunto da Bruxelles, si attendono i formali rapporti della Commissione europea e le considerazioni di Catherine Ashton dinnanzi al Consiglio Affari Esteri, rispettivamente il 16 e il 22 aprile prossimi. È ragionevole ritenere che, almeno da un punto di vista politico, in quelle occasioni verranno prese posizioni non soltanto in riferimento alle relazioni serbo-kosovare, ma anche ai futuri programmi di allargamento dell’Unione e dei rapporti di quest’ultima con l’intera comunità internazionale.[2]

[toggle title="Note"]

[1] Sanciti con l’omonima convenzione del 1934, sono oggi pacificamente ritenuti appartenenti al diritto internazionale consuetudinario.

[2] Si ricordi che la mediazione dell’Unione Europea, nei rapporti tra Kosovo e Serbia, è stata accolta e incoraggiata dalla comunità internazionale mediante la risoluzione dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite n. 10980 del 9 settembre 2010.

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Photo Credit: Aardvark EF-111B

 

Shale Gas

Stati Uniti: le implicazioni internazionali di una politica energetica “non convenzionale”

Quali saranno le implicazioni della politica energetica “non convenzionale” americana, nel caso di una sua eventuale auto-sufficienza, a livello internazionale e in Medio Oriente? Gli USA inaugureranno una nuova stagione isolazionista, o manterranno il ruolo di garante della stabilità e della sicurezza nell’area?

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Shale Gas

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Nel 2007 l’Energy Information Administration (EIA) stimava che nel 2030 gli USA avrebbero importato circa il 20% del fabbisogno nazionale di gas naturale. Dopo 6 anni, e la prima amministrazione Obama, le suddette prospettive sono sostanzialmente cambiate rendendo, addirittura, la chimera dell’indipendenza energetica una tangibile possibilità: secondo le stime dell’AIE, dal prossimo decennio gli USA potrebbero entrare nel novero degli esportatori di gas naturale e superare, anche se solo temporaneamente, l’Arabia Saudita nella leadership della produzione petrolifera mondiale.

Un tale rapida inversione nella politica energetica statunitense è attribuibile alla cosiddetta “shale revolution”: l’imponente crescita dell’offerta interna di gas e petrolio trainata dallo sviluppo delle risorse non convenzionali, attraverso l’utilizzo di tecniche specifiche e nuove tecnologie estrattive. Nonostante lo sviluppo di questo tipo di risorse non sia del tutto nuovo nel Continente – i primi pozzi sono stati “fratturati” alla fine degli anni ’40 del secolo scorso – è solo negli ultimi tempi che, grazie all’avanzamento tecnologico, al clima politico favorevole, e a prezzi sostenuti del greggio, l’unconventional ha registrato un boom nella produzione. Nel caso dello shale gas si è verificata una crescita, nella produzione domestica di gas, dall’1% del 2000 al 20% del 2010, con prospettive incoraggianti, che prevedono di raggiungere il 46% nel 2035. Washington, pertanto, ha superato Mosca come più grande produttore di gas al mondo, arrivando a coprire il 20% della produzione globale, a fronte del 18,5% russo. Inoltre, non sarebbe nemmeno da sottovalutare il ruolo del petrolio non convenzionale statunitense la cui produzione, come ha evidenziato l’OPEC nel suo ultimo rapporto, ha già superato 1 milione di barili al giorno, contribuendo in modo sostanziale all’aumento dell’offerta di petrolio non-OPEC a livello mondiale.

Si tratta, quindi, di una vera e propria rivoluzione, che ridefinisce gli equilibri della mappa energetica mondiale, determinando significative implicazioni a livello domestico e internazionale. Gli effetti economici interni sono senz’altro evidenti, sia in termini di benefici sull’occupazione che nel forte calo dei prezzi del metano. La shale revolution si palesa non solo come volano per gli operatori del settore energetico, con un aumento delle imprese produttrici e del loro fatturato; essa ha anche un impatto sull’intera economia nazionale, supportando l’industria attraverso una estesa supply chain e maggior introiti governativi provenienti da tasse e royalties. La minore dipendenza dalle importazioni energetiche e la polarizzazione di nuovi investimenti reca un evidente beneficio in termini di crescita del PIL, creazione di nuova occupazione, effetti positivi sul saldo della bilancia commerciale: nel 2010, lo sviluppo di gas non convenzionale ha trainato la creazione di più di 1 milione di posti di lavoro con la prospettiva di arrivare ad 1,5 nel 2015, un quinto dei quali concentrato negli Stati americani non produttori. Per quanto riguarda i mercati internazionali, il (temporaneo) calo dei prezzi del gas garantisce un vantaggio competitivo alle imprese statunitensi rispetto ai propri competitor, rinforzando le industrie energivore statunitensi come quella manifatturiera.

Quali saranno le implicazioni del rafforzamento del quadro macroeconomico interno, contestualmente al raggiungimento di una eventuale auto-sufficienza energetica, sull’impegno statunitense a livello internazionale, in particolare in un’area strategica come il Medio Oriente? Gli USA prenderanno la strada di un nuovo isolazionismo o manterranno il loro ruolo di garante della stabilità e della sicurezza nell’area? Rispetto a tali questioni, va precisato che l’engagement statunitense nell’area del Golfo non può essere motivato solo dal fabbisogno di petrolio. La questione della sicurezza di Israele, la nuclearizzazione dell’Iran, la lotta al terrorismo internazionale restano questioni imprescindibili per la politica estera di Washington. In effetti, non è la dipendenza, peraltro esigua, dal petrolio del Golfo, piuttosto l’interdipendenza economica che lega i mercati globali, Europa e Cina in primis, a rendere la più grande economia mondiale vulnerabile ad un aumento dei prezzi energetici, e quindi sensibile ad una instabilità negli Stati produttori. Alla luce di ciò, la questione della sicurezza regionale, in un’area strategica come quella mediorientale, mantiene un ruolo importante negli equilibri globali e, pertanto, non è ivi pensabile un disimpegno della politica estera americana.

Come ha evidenziato Daniel Yergin, un incremento dell’offerta petrolifera mondiale avrà un impatto geopolitico notevole: l’aumento della produzione petrolifera contribuisce a compensare l’assenza di greggio iraniano soggetto a sanzioni, rendendo queste ultime maggiormente efficaci su Teheran. Altro aspetto da considerare è che lo shale oil statunitense andrà ad alimentare l’offerta non-OPEC, immettendo un elemento di incertezza non trascurabile (insieme alle politiche occidentali di efficienza), causando i presupposti per un potenziale calo dei prezzi e della domanda OPEC. Tale quadro incide sulle politiche di investimento che sono richieste ai Paesi OPEC per garantire il flusso di offerta e per mantenere una spare capacity adeguata alla sicurezza energetica globale. Un costo peraltro necessario non solo per rendere disponibili addizionali volumi di petrolio ma anche per bilanciare il tasso di declino naturale che tipicamente colpisce i giacimenti.

Per quaranta anni, la politica energetica statunitense si è strutturata intorno allo slogan dell’indipendenza energetica. Da Nixon in avanti, l’obiettivo, quasi congenito, delle amministrazioni americane è stato quello di rendere gli Stati Uniti del tutto capaci di provvedere al proprio fabbisogno interno di energia, riprendendo una retorica fedele ad un approccio isolazionista. Lo sviluppo delle risorse non convenzionali certamente avrà un effetto positivo sulla sicurezza energetica statunitense, nonostante logiche di salvaguardia delle risorse, obblighi contrattuali e limiti infrastrutturali impediscano la possibilità di una reale indipendenza. Resta, tuttavia, la portata storica di tale cambiamento tale da renderlo politicamente (ed economicamente) vincente. Al fattore idealista, certamente non trascurabile quando si parla di Stati Uniti, si aggiungono anche aspetti strategicamente più importanti come le crescenti preoccupazioni sulla sicurezza delle forniture energetiche, sia a causa di prezzi del greggio elevati, che della continua incertezza politica nell’area mediorientale rinfocolata dalla Primavera Araba.

Le questioni di sicurezza ambientale che le tecniche di estrazione sollevano, e le opposizioni all’interno dell’opinione pubblica americana, non sono aspetti trascurabili e potrebbero diventare fattori di incertezza e di rallentamento dello sviluppo dell’unconventional. Tuttavia, ad oggi la rivoluzione energetica sembra continuare il suo percorso, così come confermato dal discorso di Obama del 12 febbraio scorso al Congresso. Il Presidente ha rinsaldato l’impegno verso lo sviluppo di petrolio e gas nazionali ed ha incoraggiato un nuovo “Energy Security Trust” per investire nella ricerca tecnologica al fine di rendere il gas più pulito e i trasporti più efficienti. L’Oil&Gas resta quindi parte della politica energetica dell’Amministrazione Obama; una politica da lui ribattezzata come “all of the above” che, insieme a rinnovabili ed efficienza energetica, punta a ridurre l’impatto climatico, oltre che ad accrescere la sicurezza, piuttosto che un’impraticabile indipendenza, energetica.

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Photo Credit: ANR2008

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Lo spreco alimentare e la sicurezza internazionale

Malgrado numerose e gravi evidenze, colpisce l’assenza di studi scientifici, ricerche applicate e progetti di sviluppo sull’utilizzo di alimenti raccolti e non consumati, oltre alla mancanza di finanziamenti per la ricerca agricola e la sensibilizzazione dell’opinione pubblica sulla questione dello spreco alimentare.

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[dropcap]L[/dropcap]e guerre per l’acqua sono destinate a diventare sempre più frequenti nei prossimi anni. Questa problematica è particolarmente rilevante per il Medio Oriente, visto che numerose fonti di acqua dolce si trovano a cavallo dei confini interstatali. Spesso, i negoziati tra Israele e Palestina si arenano per divergenze sulla condivisione delle acque, e in passato sia la Giordania che la Siria hanno stabilito che le minacce poste alle rispettive fonti di approvvigionamento saranno cruciali nel decidere una eventuale partecipazione bellica contro Israele.

Questa situazione è destinata a peggiorare: il numero di Paesi mediorientali che soffrono carenze idriche “è cresciuto costantemente, passando dai tre del 1955, agli otto del 1990″. Attualmente dodici Paesi, su quindici a livello mondiale, che soffrono emergenze idriche si trovano in Medio Oriente e Nord Africa.

L’agricoltura è la causa del “70% dell’assorbimento dell’acqua dolce a livello globale“: un dato destinato a salire man mano che in Asia aumenterà il consumo di carne. Il Medio Oriente non fa eccezione – l’agricoltura è “la principale causa di esaurimento delle risorse idriche nella regione“.

La gran parte dello sfruttamento idrico avviene a vuoto – infatti, le percentuali di risorse alimentari sprecate a livello globale oscillano tra il 30 e il 50%. Stuart sostiene che quando il 25% del cibo prodotto nel mondo viene malamente sprecato, ne consegue una perdita di circa 675 mila miliardi di litri d’acqua, che sarebbero più che sufficienti a soddisfare i bisogni idrici famigliari di 9 miliardi di persone che ne utilizzano 200 litri al giorno. Il direttore esecutivo di SIWI sostiene che la riduzione dei rifiuti alimentari “è la soluzione più intelligente ed efficace per alleviare la pressione sulle risorse idriche e le terre coltivabili”. Quindi, se si vogliono evitare futuri conflitti per l’acqua, è essenziale che il mondo rivolga la sua attenzione a risolvere il problema dello spreco alimentare.

Anche gli spazi coltivabili rappresentano una grande fonte di conflitto. In questo caso, riducendo gli sprechi alimentari si allevierebbe il relativo iper-sfruttamento, liberando vaste aree di terreno agricolo per altri usi. Il McKinsey Global Institute stima che “la riduzione del 30% dei rifiuti alimentari nei Paesi industrializzati potrebbe far risparmiare circa 40 milioni di ettari di terreni agricoli”. Il rapporto del suddetto istituto esamina le opportunità di produttività contenute nelle risorse energetiche, nelle terre, nelle acque e in altri materiali, che potrebbero soddisfare fino al 30 per cento della domanda totale prevista nel 2030 –  ponendo la riduzione dello spreco alimentare come la terza misura più rilevante.

La mancanza di cibo rappresenta un’altra problematica collegata ai conflitti armati. Recentemente, è stato suggerito che i recenti rialzi dei prezzi alimentari abbiano avuto un ruolo determinante nello scatenare la Primavera Araba. In realtà, tali rialzi furono causati principalmente dalla speculazione sulle materie prime avvenute nei mercati dei futures, piuttosto che spinte dalle consuete logiche di mercato. Tuttavia, nel lungo periodo i maggiori prezzi del cibo sono stati influenzati dagli sprechi alimentari, creando una insufficienza artificiale di cibo sul mercato, e mettendo alla prova l’allocazione di risorse scarse, che agiscono come fattori di produzione agricola, causando un’impennata dei prezzi alimentari. In un mondo dove circa 925 milioni di persone soffrono di malnutrizione è di vitale importanza, per motivi umanitari e di sicurezza, che la questione dello spreco alimentare venga al più presto affrontata.

Infine, la riduzione dello spreco alimentare è fondamentale per affrontare i cambiamenti climatici, che rappresentano una minaccia per la sicurezza internazionale a causa dei fenomeni di siccità, degrado dei terreni agricoli e dei disastri ambientali. Stuart stima che nei casi di Regno Unito e Stati Uniti uno spreco alimentare del 25% corrisponde alla produzione del “10 per cento di tutte le emissioni di gas serra”, a sua volta derivante dalla “produzione, trasporto, conservazione e preparazione” dei suddetti cibi. La FAO sottolinea che è necessaria “molta meno energia per conservare i cibi, rispetto ai quantitativi utili per produrre una quantità pari di cibo“. Per esempio, “il costo energetico totale per conservare il grano equivale appena all’1% del costo energetico atto alla sua stessa produzione”.

La riduzione dello spreco alimentare risulterebbe economicamente auspicabile, più degli incrementi di produttività. Ad esempio, nel Regno Unito è stato calcolato che “l’aumento del 5% di raccolto venduto in un supermercato può accrescere i margini di profitto degli agricoltori fino al 60%“.

Malgrado tali evidenze, colpisce l’assenza di studi scientifici, ricerche applicate, progetti di sviluppo sull’utilizzo di alimenti raccolti e non consumati, oltre alla mancanza di finanziamenti per la ricerca agricola e la sensibilizzazione dell’opinione pubblica sulla questione.

Sia i governi che il mercato non sono riusciti a risolvere il problema. I primi hanno formulato programmi di sviluppo puntando eccessivamente sugli aumenti di produttività. Dall’altro lato, lo sviluppo disomogeneo del mercato non ha  permesso un piano di investimenti nelle infrastrutture dedite alla trasformazione di alimenti non consumati nei Paesi industrializzati. Inoltre, il potere dei rivenditori all’interno delle catene di approvvigionamento consente loro di trarre profitto inducendo fornitori e consumatori allo spreco.

L’Iran è stato il primo Stato ad assegnare valenza geopolitica al problema dello spreco alimentare. In effetti, tutti noi  dovremmo iniziare a interpretare in tal senso il suddetto fenomeno da cui, presto, dipenderà la nostra stessa sicurezza.

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Articolo tradotto da: Giuseppe Paparella

Articolo originale: Food & International Security: Wasted

Photo Credit: Bobolink

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L’Iran e il nucleare: nessuna corsa al riarmo, ma diplomazia coercitiva

Il seguente intervento è stato presentato al dibattito intitolato: A Nuclear Iran: The Start of a Middle Eastern Arms Race?, tenutosi presso il King’s College di Londra il 12 febbraio 2013. 

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[dropcap]I[/dropcap]l miglior modo per rispondere al quesito posto dal titolo dell’evento di questa sera, è quello di presentare la questione del nucleare iraniano attraverso un punto di vista sistemico, che inquadri l’oggetto del dibattito nel contesto internazionale, e che presupponga l’Iran come uno degli innumerevoli attori del sistema internazionale.

Secondo l’opinione di Matthew Kroenig, e di altri consiglieri strategici come Dov Zakheim, in attività presso il Center for Strategic and International Studies, un Iran dotato di armi nucleari scatenerebbe una corsa al riarmo in tutto il Medio Oriente, a causa del dilemma della sicurezza che inevitabilmente si verrebbe a creare.

Il dilemma della sicurezza sostiene che sia le caratteristiche di forza, che quelle di debolezza insite negli approcci e nelle politiche di sicurezza dei singoli Stati, possano innescare una spirale di insicurezza reciproca che conduce al conflitto. Infatti, se uno Stato è già molto forte, gli strumenti impiegati da esso per accrescere la propria sicurezza provocheranno una riduzione, anche non intenzionale, della sicurezza di altri Stati. Al contrario, se uno Stato dedito al mantenimento dello status quo è percepito come debole o scarsamente risoluto, la pace sarà messa a repentaglio da potenze aggressive e revisioniste.

Un noto esempio del dilemma della sicurezza è quello relativo allo scoppio della Prima Guerra Mondiale. Difatti, i sostenitori di tale interpretazione ribadiscono che le potenze europee furono indotte a partecipare al conflitto a causa dell’insicurezza generalizzata a livello internazionale, nonostante queste non desiderassero affatto un tale esito. Tuttavia, l’unico contesto in cui una corsa al riarmo potrebbe aver luogo è quello del cosiddetto “primo mondo”, un concetto teorico elaborato da Robert Jervis nel 1978 in “Cooperation Under the Security Dilemma”. Definendo il dilemma della sicurezza, Jervis sottolinea l’importanza di due variabili distinte: da una parte, politiche e strumenti militari di tipo offensivo; dall’altra, politiche e strumenti militari di tipo difensivo.

Pertanto, all’interno del summenzionato “primo mondo”, i comportamenti di tipo offensivo e difensivo non risultano tra loro distinguibili, ma la circostanza offensiva (la situazione in cui risulterebbe più vantaggioso, per uno Stato, attaccare e distruggere l’esercito avverso e impossessarsi del relativo territorio, piuttosto che limitarsi a difendere il proprio),  godrebbe di un vantaggio strategico: in tale ipotesi, il dilemma della sicurezza sarebbe molto intenso, e l’ambiente internazionale doppiamente pericoloso e instabile. Infatti, in tale circostanza persino gli Stati interessati a mantenere lo status quo si comporterebbero in maniera risoluta e aggressiva, innescando la possibilità di una corsa al riarmo. Ne conseguirebbe una drastica diminuzione delle possibilità di cooperazione tra Stati.

Per quanto riguarda l’Iran e il Medio Oriente, vige una situazione differente. Teheran, in virtù del proprio programma nucleare e della determinazione mostrata nel perseguirlo, è già percepita come una minaccia dalla comunità internazionale: per tale motivo, il caso in questione è ben rappresentato dalla terza tipologia teorica elaborata da Jervis. In quest’ultima, non è previsto alcun riarmo generalizzato: infatti, nonostante la circostanza offensiva risulti ancora vantaggiosa, i comportamenti offensivi o difensivi di uno Stato sono chiaramente distinguibili dagli attori esterni. In questo “terzo mondo”, il dilemma della sicurezza è piuttosto flebile, e anche se esiste la concreta possibilità che un’aggressione possa comunque verificarsi in futuro, gli Stati interessati a preservare lo status quo e la pace possono perseguire politiche diverse da quelle del potenziale aggressore.

Almeno da un punto di vista prettamente teorico, il pericolo che un riarmo nucleare possa verificarsi in Medio Oriente appare piuttosto inconsistente e infondato. Se poi si aggiunge, a tali considerazioni, la presenza degli Stati Uniti, che in quanto potenza egemonica nella regione è in grado di garantire un buon livello di sicurezza all’Arabia Saudita e agli altri suoi satelliti, tale ipotesi è completamente da scartare. Bisogna inoltre ricordare che, nonostante Israele detenga l’arma nucleare dal 1979, insieme alla percezione della minaccia che la sua presenza ha sempre causato nei vicini Stati arabi, non si è mai determinato un riarmo nucleare in Medio Oriente.

Come hanno recentemente scritto Hobbs e Moran, l’attuale contesto politico e strategico dell’Arabia Saudita non favorirebbe l’acquisizione della bomba nucleare. Infatti, da un punto di vista prettamente difensivo, la relazione speciale tra il paese arabo e gli Stati Uniti, sin dagli anni ’40 basata sull’interscambio energetico e militare, continua ad essere enormemente vantaggiosa per entrambi. D’altro canto, l’impegno strategico statunitense su questo Paese si è ulteriormente rafforzato in seguito agli eventi degli ultimi anni (la caduta del regime di Mubarak in Egitto, l’instabilità politica in Bahrain e Yemen, il collasso del governo filo-saudita in Libano e la guerra civile in Siria), che hanno reso Riad uno degli alleati principali nella regione.

Per tali motivi, giustificare un attacco preventivo contro l’Iran come l’unico modo per fermare un riarmo regionale sarebbe un errore strategico, un’operazione non necessaria ma che, al contrario, aumenterebbe l’instabilità dell’intera area. Scartata tale ipotesi, agli Stati Uniti rimarrebbero due alternative: la prima, sarebbe quella di permettere all’Iran di soddisfare le proprie ambizioni nucleari, e in seguito contenerle; la seconda, consisterebbe nel forzare l’Iran a tralasciare il programma di arricchimento nucleare attraverso la cosiddetta diplomazia coercitiva.

La teoria della deterrenza razionale

Innanzitutto, è opportuno sottolineare che il dibattito sul rapporto tra proliferazione nucleare e il pericolo di conflitti armati è stato affrontato, per la prima volta,  da Kenneth Waltz e Scott Sagan nel 1981, e poi successivamente rinnovato dagli stessi nel 2002.

Waltz ha sempre sostenuto che la proliferazione delle armi nucleari sia foriera di pace e stabilità, basandosi sulle conclusioni tratte dagli avvenimenti della Guerra Fredda e dalla successiva rivalità tra India e Pakistan. Pertanto, non sorprende come lo stesso Waltz, scrivendo su Foreign Affairs lo scorso anno, abbia ribadito che una situazione di asimmetria nucleare, come quella sussistente adesso in Medio Oriente tra Iran e Israele, sia destabilizzante. Il pre-esistente gap militare tra i due Stati è inoltre reso maggiormente problematico dalla rivalità ideologica, un aspetto irrazionale e ancor più dirompente che, a detta di Waltz, potrebbe essere superato dalla logica della deterrenza. Infatti, secondo la teoria della deterrenza razionale, non appena l’Iran avrà acquisito il proprio arsenale nucleare, bilanciando così la disparità militare con Israele, nessun’altra nazione avrebbe l’incentivo a nuclearizzare le rispettive capacità militari, rendendo il Medio Oriente ancor più sicuro e stabilizzato.

Se a prima vista la logica di una tale proposta appare stringente e convincente, è bene considerare la complessità delle relazioni internazionali, dove le preoccupazioni relative alla sicurezza non sono affatto le uniche a caratterizzare il comportamento degli Stati. Come lo stesso Sagan ha fatto notare già nel 1981, gli Stati cercano di appropriarsi delle armi nucleari per tre ragioni: sicurezza, dinamiche di politica interna, e norme internazionali.

Le dinamiche di politica interna, che afferiscono all’esistenza di gruppi politici, o individui, piuttosto influenti (come le lobby dell’energia nucleare, il complesso militare, e gli stessi politici populisti), e la contemporanea influenza delle norme internazionali e di valori e credi politici comuni (come la pretesa, da parte dell’establishment iraniano, di essere una potenza globale con aspirazioni di dominio regionale), non fanno parte dell’analisi di Waltz, e come tali possono modificarne la logica apportando conseguenze gravi e inaspettate.

A questo proposito, come Sagan ricorda, la pace nucleare della Guerra Fredda non dovrebbe essere presentata come l’esempio di una regola generale, o peggio come la scusa per non agire verso un possibile riarmo e una  proliferazione di tipo nucleare; la “pace” in questione rimane comunque un’eccezione, dato che persino la Seconda Guerra Mondiale si è conclusa con il tragico bombardamento su Hiroshima e Nagasaki. Inoltre, considerare la bomba nucleare un’arma intrinsecamente pacifica, dato che coloro che la possiedono non si sono mai scontrati militarmente, proprio come affermano Waltz e John Mearsheimer, è un errore storico.

Il Pakistan, in seguito allo sviluppo di armi nucleari, ha aumentato i conflitti a bassa intensità contro l’India, rendendo il subcontinente ancor più instabile. Come evidenziato dallo scienziato politico Paul Kapur, l’aumento della capacità nucleare di Islamabad è coinciso con una accresciuta volatilità del conflitto Indo-Pakistano. Ad esempio, nel 1999 il Pakistan inviò le proprie forze armate, camuffate da ribelli, lungo la linea di controllo del distretto di Kargil, nella regione contesa del Kashmir, innescando un conflitto limitato con l’India. La storia, quindi, suggerisce che tra un Iran così armato e i suoi vicini, come Israele, potrebbe determinarsi il “paradosso della stabilità-instabilità”, in cui ad una supposta stabilità creata dalla reciproca distruzione assicurata, seguirebbe una maggiore e inaspettata instabilità, laddove aumenterebbero le provocazioni, le dispute e i conflitti militari combattuti al di sotto di una, almeno apparente, rassicurante soglia nucleare.

Infine, critiche alla teoria di Waltz provengono anche da Stephen Walt, un accademico neo-realista di tipo “difensivo” (come pure lo stesso Waltz viene etichettato), il quale dubita fortemente sull’attuale validità della deterrenza. Secondo Walt, questa strategia funzionerebbe solo se entrambe le parti in questione possedessero la cosiddetta capacità di secondo colpo, che le frenerebbe dallo scagliare il primo attacco per calcoli meramente strategici.

La diplomazia coercitiva 

Se la deterrenza e il contenimento sembrano opzioni alquanto impraticabili e probabilmente fallimentari, mentre permettere all’Iran di costruire un arsenale nucleare una mossa fin troppo azzardata, l’ultima carta che gli Stati Uniti hanno a disposizione per garantire la stabilità in Medio Oriente è quella della diplomazia coercitiva.

Allo stato attuale, sebbene la scelta di attaccare preventivamente l’Iran sia razionalmente fallace, l’impossibilità di praticare una politica di deterrenza la rende un’opzione comunque valida, come dimostrano le recenti dichiarazioni del Presidente Obama. Per questa ragione l’unica via pacifica rimane quella della diplomazia coercitiva, nota anche come la diplomazia della minaccia. Alla base di questa teoria, proposta dallo scienziato politico  Alexander George, si punta a costringere un obiettivo, uno Stato, un gruppo (o gruppi) interni ad uno Stato, o persino attori non statali, a modificare il relativo comportamento attraverso la minaccia dell’uso della forza oppure uno suo utilizzo limitato. La forza, pertanto, è finalizzata a garantire maggiore efficacia agli sforzi diplomatici atti alla persuasione: la sua minaccia comunica in maniera inequivocabile la risolutezza e la volontà di chi utilizza tale strategia, che a sua volta si riserva di non escludere, se necessario, la possibilità di azioni militari. Ci sono cinque tipi di diplomazia coercitiva, e l’approccio “bastone e carota” sembrerebbe il più appropriato al caso in questione.

Il suddetto approccio si basa su un doppio e contemporaneo prerequisito: avanzare promesse e minacce credibili. Nel caso mediorientale, la difficoltà dell’impegno è accentuata da numerosi altri fattori, come la lunga storia di reciproca sfiducia tra Iran e Stati Uniti, l’alleanza di questi ultimi con Israele (da sempre grande nemico dell’Iran), e la mancanza di trasparenza dei processi di decision-making iraniani.

Al fine di elaborare minacce credibili, gli Stati Uniti dovrebbero innanzitutto esprimerle pubblicamente e in maniera inequivocabile, enfatizzando i relativi benefici che conseguirebbero da un attacco militare all’Iran. In più, i funzionari americani dovrebbero evidenziare il fatto che un attacco apporterebbe danni irreparabili al programma nucleare iraniano, sottolineando i relativi effetti collaterali: avvertimento verso altri potenziali proliferatori, quali la Corea del Nord; accresciuta credibilità alla risolutezza americana; possibilità di innescare una rivoluzione interna al Paese. Infine, l’uso strumentale e diplomatico delle minacce sarebbe rafforzato nel caso in cui queste fossero inviate in via  confidenziale da attori terzi vicini a Teheran, come Russia e Cina.

Una proposta d’accordo, d’altro canto, sarebbe il requisito fondamentale per promesse perlomeno plausibili. Il negoziato, così, dovrebbe poggiarsi sulla disponibilità dell’Iran a fermare la costruzione di missili e testate, evitando al contempo di arricchire l’uranio al di sopra della soglia del 20%, e permettere ispezioni ai propri impianti nucleari. Gli Stati Uniti, poi, dovrebbero accettare un programma di arricchimento limitato, promettere di non rovesciare il regime iraniano, e sospendere le sanzioni imposte a causa della questione nucleare. Sarebbe inoltre perfetto se Washington  e Teheran ripristinassero regolari relazioni diplomatiche.

Storia e diplomazia coercitiva: il caso della crisi dei missili di Cuba 

La strategia della diplomazia coercitiva è stata applicata con successo durante la crisi dei missili di Cuba nel 1962. In effetti, considerando la situazione in analisi alla stregua di una crisi cubana in “slow motion”, Graham Allison prefigura una resa dei conti, in cui l’attuale Presidente americano, proprio come avvenuto per Kennedy, sarà costretto a scegliere tra un attacco militare alle installazioni iraniane, oppure a dare il proprio beneplacito alla militarizzazione nucleare del Paese. Nel 1962, però, il Presidente optò per una terza via, promettendo segretamente ai sovietici di ritirare i missili NATO dalla Turchia entro i sei mesi successivi dalla risoluzione pacifica della crisi.

Secondo Alexander George, nel 1962 l’escalation militare è stata evitata in virtù di tre fattori. Primo, Kennedy limitò le proprie richieste alla rimozione dei missili sovietici da Cuba, poiché ulteriori condizioni avrebbero solamente accresciuto la resistenza di Mosca. Secondo, Kennedy si limitò ad ordinare un blocco navale. Questa misura non presupponeva l’impiego della forza, e permise al Presidente di guadagnare tempo per cercare di indurre i sovietici ad un accordo. Infine, sia Krusciov che Kennedy rispettarono alcuni importanti principi operativi di gestione delle crisi. In particolare, Kennedy fu sempre attento a inviare segnali chiari e coerenti ai sovietici, agendo per rallentare l’esacerbarsi della situazione, e indicando la sua assoluta preferenza per una sua risoluzione pacifica.

Oggi, purtroppo, il contesto politico appare più complesso a causa della presenza di un terzo attore nucleare, Israele, e delle implicazioni connesse alla relativa percezione della minaccia. Di conseguenza, Israele si configura imprescindibile alla risoluzione pacifica della crisi: se Gerusalemme deciderà di ridurre le probabilità di un attacco unilaterale, allora anche Washington sarà in grado di elaborare e attuare la migliore e più fruttuosa strategia diplomatica possibile.

 

Qui la versione inglese.

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Photo Credit: Luciapro

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Nouri al-Maliki: il nuovo dittatore iracheno?

Il confronto tra il nuovo primo ministro e il regime di Saddam non dovrebbe essere enfatizzato. La profonda valenza emotiva che vi può essere dietro tale parallelo, e i limiti relativi al regime di Nouri al-Maliki, dovrebbero far desistere tutti coloro che tendono a marcare tale comparazione.

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[dropcap]P[/dropcap]er Nouri al-Maliki, la recente storia politica dell’Iraq rimane lo spettro che continua a tormentare il suo regime. Il dominio totalitario di Saddam Hussein ha lasciato pochi precedenti per attuare quella ricostruzione nazionale e democratica auspicata da politici locali e internazionali. Non sorprende quindi che il partito attualmente in carica abbia adottato politiche che ricordano un passato ben più sinistro, tanto da far sorgere l’accostamento tra le politiche di Maliki a quelle messe in atto da Saddam; in particolare, anche Maliki ha ordinato l’arresto di dissidenti politici e ha stabilito il controllo del governo centrale sulle forze di sicurezza. La reazione del primo ministro iracheno alle proteste popolari, ha nuovamente ridestato considerazioni legate alla democraticità del suo regime. Eppure, non sarebbe appropriato elaborare troppi confronti con il regime di Saddam. La profonda valenza emotiva che sostanzia tale parallelo, e i limiti del potere di Maliki rispetto a quello di Saddam, dovrebbero far desistere chi tenta di paragonarli.

Nonostante questa considerazione preliminare, Maliki ha indubbiamente attuato atteggiamenti e misure politiche che hanno suscitato un certo timore tra gli iracheni. In un editoriale pubblicato a settembre, The Guardian sosteneva che “Nouri al-Maliki ha ancora molta strada da fare prima di arrivare ai livelli di terrore di Saddam Hussein, ma l’elenco delle imputazioni a suo carico sono in crescita.” Ad esempio, quando le forze combattenti statunitensi lasciarono il paese nel dicembre del 2011, Maliki emise il famigerato mandato di arresto nei confronti del suo vice-presidente Tariq al-Hashimi. Sotto la guida del figlio di Maliki, soldati e carri armati circondarono la casa di Hashimi, catturando alcune guardie del corpo che, sotto tortura, confessarono che il vice presidente aveva organizzato degli squadroni della morte illegali contro i suoi rivali politici. Pertanto, Hashimi fu subito condannato a morte in contumacia per i suoi presunti crimini. The Guardian  sentenziò senza mezzi termini che “Iraqiyya [il partito di Hashimi]…non [era] la prima vittima dell’ascesa al potere di Maliki.”

Maliki si è così servito dell’esercito iracheno per rinforzare la propria posizione, rimodellando la catena di comando in modo da consentire al suo staff di detenere il pieno controllo sul dislocamento del personale e le scelte strategiche. Le Forze Speciali Irachene sono al servizio personale del primo ministro, così come lo sono diventati il settore giudiziario e l’intelligence. Dopo aver schiacciato l’opposizione Sunnita, molti paventano che i suoi prossimi obiettivi saranno i sadristi e successivamente i curdi, attraverso la messa in atto di misure militari pseudo-legali.

In ogni caso, permangono ancora delle differenze cruciali, tra il suo regime e quello di Saddam, che non possono essere tralasciate. Innanzitutto, Maliki esercita un potere di gran lunga inferiore a quello del suo omologo dispotico. L’incapacità del primo ministro di costringere il presidente curdo Massoud Barzani a rivoltarsi contro Hashimi nel 2011, ad esempio, conferma una tale ipotesi. A differenza di Saddam, Maliki non ha quasi alcun potere o controllo sul Kurdistan iracheno. Questa regione, infatti, supportata da Turchia, Iran e Stati Uniti, è praticamente off-limits per Baghdad, per timore che Maliki possa esacerbare violentemente le tensioni con i suoi vicini regionali.

Anche il blocco politico sunnita al quale appartiene Hashimi, seppur indebolito, si appoggia ad alcuni alleati stranieri. Nonostante i ripetuti tentativi, Maliki non può eliminare o minacciare l’opposizione sunnita, poiché i suoi leader si rivolgerebbero immediatamente all’Arabia Saudita. Maliki, allo stesso tempo, non potrebbe neppure interferire in tali relazioni. Pertanto, l’unica cosa che gli resta da fare è intimidire e isolare i sunniti – sebbene con scarso successo – senza però riuscire a zittirli definitivamente.

Allo stesso modo, anche all’interno della fazione sciita esistono profonde divisioni che impediscono a Maliki di consolidare il suo potere in maniera ancor più significativa. Moqtada al-Sadr, l’instancabile leader del movimento sadrista, ha ripetutamente preso le distanza dal partito in carica. Nonostante i suoi tentativi, Maliki ha poche chance di danneggiare o mettere a tacere la minoranza sadrista. A Sadr, che riveste il ruolo della classica “pecora nera” nella politica irachena, basterebbe coalizzarsi con gli altri leader dell’opposizione per inficiare seriamente il rafforzamento di Maliki. Una tale mossa, peraltro, sarebbe subito messa in atto se l’attuale primo ministro dovesse attuare un ulteriore accentramento del potere politico.

Queste differenze sostanziali tra Maliki e Saddam devono essere valutate freddamente e senza alcuna fretta. I parallelismi tra i due leader ignorano spesso la realtà delle dolorose e terrificanti condizioni che caratterizzavano il regime di Saddam Hussein. Non sarebbe né giusto, né preciso operare raffronti così superficiali quando gli scenari di fondo risultano obiettivamente differenti. Non v’è dubbio che le azioni portate avanti da Maliki abbiano un carattere autoritario, duro e legalmente discutibile, ma è altrettanto importante ricordare la crudeltà di Saddam, il clima di paranoia e gli spietati calcoli politici fatti con la vita dei suoi cittadini, che in Iraq hanno causato ferite molto più profonde. Per molti aspetti, il governo di Maliki è il fallimentare risultato del tentativo americano di instaurare la democrazia, interrotto a seguito della partenza delle truppe statunitensi. La sua amministrazione, infatti non si conformerà mai agli ideali egalitari e rappresentativi sostenuti dai leader statunitensi. In una situazione simile, il confronto con Saddam ha un effetto disastroso, poiché giustifica il tentativo dell’attuale regime ad adottare politiche ancor più restrittive, e al tempo stesso contribuisce a lasciare senza risposta le radici del problema.

Sicuramente, la tendenza verso l’autoritarismo seguita dal governo di Maliki non ispira alcun ottimismo, né andrebbe incoraggiata. Ciò nonostante, il modo migliore per analizzare il problema non è quello di paragonare il regime autoritario di Maliki con quello totalitario di Saddam. A questo punto, l’opinione pubblica mondiale come dovrebbe giudicare Maliki? A livello metodologico, se si riuscisse a guardare oltre l’era Saddam, le risposte sarebbero di gran lunga più illuminanti.

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Articolo tradotto da: Valentina Mecca

Articolo originale: Nouri al-Maliki: Iraq’s Newest Dictator?

Photo Credit: The U.S. Army

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La geopolitica e il futuro della stabilità globale

Lungi dall’essere una scienza meramente deterministica, la geopolitica continua ad offrire, da una parte, evidenti limiti analitici; dall’altra, lo studio della stessa rappresenta un’opportunità che leader, politici e burocrati dovrebbero essere in grado di interpretare e comprendere.

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[dropcap]L’[/dropcap]ultimo contributo in materia di geopolitica offerto da Ian Bremmer, presidente e co-fondatore di una delle più importanti agenzie di valutazione di rischio politico, si basa sul cosiddetto “nuovo pensiero geopolitico” e, per certi versi, la sua teoria, denominata “G-zero” rappresenta l’idealtipica evoluzione dello stesso.

Dalla caduta dell’Unione Sovietica, e la conseguente scomparsa delle più importanti minacce alla società e alla stabilità occidentale mossa da quest’ultima, numerosi studiosi hanno immediatamente supportato il paradigma della “fine della storia”: il ritratto della vittoria trionfale e definitiva del modello politico, economico e sociale di tipo liberale su quello socialista. Secondo altri, tra cui, ad esempio, Samuel Huntington, la minaccia successiva sarebbe stata rappresentata da divisioni di tipo religioso, esacerbate dall’insorgenza di fondamentalismi anti-occidentali e anti-cristiani. Tali previsioni, sebbene in alcun casi siano state accertate, hanno avuto a che fare con attori, ideologie e modelli politici ben identificabili, e con la plausibile eventualità di nuove minacce internazionali a questi collegate.

Infatti, dal crollo dell’Unione Sovietica la stabilità internazionale non è stata ulteriormente intaccata, considerata l’assenza di attori palesemente ostili e dotati di un hard power tale da mettere a repentaglio la sicurezza di altri soggetti internazionali. Al contrario, si è gradualmente formato un complesso scenario di rischio, caratterizzato da fattori imprevedibili, non intenzionali e incontrollabili. Di conseguenza, le formulazioni di politica estera hanno prestato sempre più attenzione alle implicazioni degli sviluppi tecno-scientifici, e la relativa applicazione al settore militare e cibernetico. Tra questi, è possibile annoverare: la proliferazione di armi di distruzione di massa; il mutamento climatico, i disastri ambientali e la necessità di sviluppare una geopolitica della sostenibilità; la crescente competizione per l’accaparramento delle risorse naturali tra attori statali e non in Asia centrale e in Africa; la diffusione del terrorismo religioso e fondamentalista.

Sebbene la geografia rimanga il fattore più pertinente in materia di politica estera, la consapevolezza di vivere in una società del rischio globale, vale a dire dove il rischio trascende i confini territoriali e politici, ha influenzato profondamente il pensiero geopolitico, che storicamente si è sviluppato all’interno della tradizione realista delle relazioni internazionali. Gerard Tuathail ha identificato questo nuovo ambito di ricerca come “geopolitica critica”, insistendo sulla necessità di adottare un approccio nuovo e deterritorializzato per analizzare le questioni relative alla sicurezza.

Sulla scia di questa precedente teorizzazione, la teoria G-Zero di Bremmer afferma che l’epoca attuale richiede più cooperazione sotto l’ombrello di una leadership forte, al fine di affrontare con successo le sfide transnazionali. Ciò nonostante, né le singole potenze come gli Stati Uniti, la Cina o gli altri paesi BRIC, né il G20 o altri soggetti più istituzionalizzati (quali il Fondo Monetario Internazionale, la Banca Mondiale e l’ONU) sono in grado di garantire una leadership internazionale coerente ed efficace, a causa di vari fattori: il relativo e temporaneo declino in termini di credibilità; poco potere decisionale a disposizione; scarsa influenza in ambito economico su scala globale.

Come risultato dell’instabile vuoto politico al quale assistiamo ormai da qualche tempo, vi sono quattro plausibili scenari geopolitici, tutti incentrati sulla relazione tra Stati Uniti e Cina: un improbabile “G2 informale” che prevede una forma di bipolarismo cristallizzato e cooperativo eretto su due sistemi politici ed economici agli antipodi; un concerto globale di stati, sebbene caratterizzato da interessi diversi in materia di economia e sicurezza, data la contemporanea presenza di potenze emergenti e già consolidate; la Guerra Fredda 2.0, conseguente alla competizione globale tra Stati Uniti e Cina, e imperniata su divergenze economiche e ideologiche, e alla scarsità di risorse energetiche; un mondo frammentato in regioni, dove la cooperazione multilaterale sarebbe ulteriormente indebolita e i problemi di natura transnazionale non potrebbero essere affrontati in maniera appropriata.

Infine, si potrebbe considerare l’evoluzione di un ulteriore scenario, il cosiddetto G-Subzero, nel quale questioni di ordine globale potrebbero tramutarsi in emergenze di carattere locale, con conseguenze catastrofiche per la stabilità dei singoli stati. Infatti, secondo tale prospettiva, ogni nazione sarebbe interamente impegnata a gestire crisi interne causate da rivolte di carattere sociale, crolli economico-finanziari, disordini politici innescati da movimenti separatisti ed estremisti. Di conseguenza, lo stesso concetto di globalizzazione verrebbe compromesso, e ogni nazione sarebbe chiamata a impegnarsi autonomamente per trovare soluzioni efficaci.

È inutile aggiungere che una tale prospettiva, così pessimista, non si realizzerà in maniera altrettanto deterministica, anche se va presa comunque in considerazione dopo mezzo secolo di stabilità bipolare e unipolare. Inoltre, le questioni transnazionali fanno sì che l’attuale configurazione del contesto politico sia la più rischiosa e imprevedibile sin dalla creazione del sistema di Westphalia. Per questo, appaiono impraticabili soluzioni come quella proposta da Robert Cooper: infatti, non è ponendo le basi per una nuova egemonia occidentale che il processo di frammentazione degli stati-nazione sarebbe evitato. Una ricetta simile appare, più che altro, un’anacronistica rielaborazione del messaggio imperialista lanciato da Mackinder nel 1904, utile allora solo per prevenire il crollo dell’Impero Britannico.

Lungi dall’essere una scienza meramente deterministica, la geopolitica continua ad offrire, da una parte, evidenti limiti analitici; dall’altra, lo studio della stessa rappresenta un’opportunità che leader, politici e burocrati dovrebbero essere in grado di interpretare e comprendere.

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Articolo tradotto da: Valentina Mecca

Articolo originale: Geopolitics & Future World Stability

Photo credit: Peter Bo Rappmund

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La politica delle sanzioni: l’Iran si piega, ma non si spezza

Le sanzioni applicate nel 2012 hanno intaccato esportazioni e profitti, ma non hanno avuto effetto sui programmi nucleari. Almeno, non per il momento.

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[dropcap]S[/dropcap]ono ormai decenni che l’Iran subisce sanzioni economiche, ma quelle applicate nel 2012 sono state particolarmente efficaci. Negli ultimi mesi del 2011, le diplomazie di Stati Uniti e UE dovevano destreggiarsi, da una parte, con Israele – che minacciava di attaccare l’Iran –, e dall’altra con Russia e Cina, contrarie a nuove misure. L’AIEA (Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica) confermava la gravità della situazione, pubblicando un report allarmante nel mese di novembre; nel frattempo, l’Iran sviluppava tranquillamente i suoi controversi programmi nucleari. Nonostante la situazione di mercato stretto del petrolio, per colpire il Paese mediorientale, USA e UE si concentrarono sulle esportazioni di greggio, che ammontavano a 2,2 milioni di barili al giorno (b/g). In tal modo, veniva messo a rischio almeno il 50 per cento dei profitti di Teheran.

Il 31 dicembre 2011, il Presidente Obama approvò nuove sanzioni: dopo il 28 giugno, le compagnie che avrebbero continuato a importare petrolio dall’Iran sarebbero stato punite con l’estromissione dal sistema finanziario americano. Questa misura colpiva, oltre alle imprese, anche le banche che le avrebbero finanziate. La possibilità di essere dispensati da tale restrizione dipendeva dalla riduzione semestrale del volume delle importazioni, o dalla decisione diretta della Casa Bianca.

Sin dalla caduta dello Scià, gli Stati Uniti smisero di importare greggio dall’Iran; al contrario, l’Unione Europea ha continuato, raggiungendo nel 2011 la ragguardevole quantità di 450.000 barili al giorno. Nel gennaio 2012, però, l’UE ha annunciato un boicottaggio del petrolio iraniano, con decorrenza dal 1° luglio, che avrebbe destabilizzato circa il 20% delle esportazioni del Paese. Gli Stati membri si sono accordati anche per ritirare l’assicurazione ad ogni veicolo usato per trasportare il greggio iraniano e i relativi prodotti derivati. Tale misura ha interessato circa il 95% della flotta commerciale mondiale, lasciando l’Iran con ristrettissimi margini di manovra.

Nel complesso, le sanzioni entrate in vigore quest’estate hanno paralizzato le esportazioni petrolifere iraniane, che nel mese di luglio sono scese a 930.000 b/g; una cifra che non si registrava dai tempi della guerra contro l’Iraq. Gli importatori hanno poi elaborato nuove strategie commerciali ed assicurative, riportando il volume delle importazioni ad oltre il milione di b/g. In ogni caso, si parla di livelli molto inferiori a quelli dell’anno precedente.

Chiunque criticasse l’applicazione tardiva delle sanzioni minimizzerebbe la portata dei rischi corsi da Stati Uniti e Unione Europea. Colpire l’industria più fiorente dell’Iran, infatti, significa esercitare ingenti pressioni su di un Paese che, prima del 2012, era il secondo produttore di petrolio dell’OPEC; adesso risulta quarto, dopo Arabia Saudita, Iraq e Kuwait.

Fino all’anno scorso, i ministri dell’economia europei si sono rifiutati di boicottare il petrolio iraniano, poiché il mercato risultava già scosso dalle crisi in Medio Oriente e dall’interruzione dei rifornimenti da altre parti del mondo. In Europa, era opinione comune che la politicizzazione dei rapporti con l’Iran avrebbe compromesso il mercato del greggio, facendo impennare i prezzi e annichilendo le economie interessate. Altri, invece, dubitavano dell’efficacia delle sanzioni, che avrebbero avuto il solo effetto di destinare all’Asia il petrolio rifiutato dall’Europa.

In effetti, in pochi si rendevano conto dell’efficacia congiunta delle sanzioni americane ed europee. Inoltre, la riduzione del volume delle esportazioni iraniane è avvenuta in modo graduale, in modo da non destabilizzare i mercati mondiali e provocare l’aumento indiscriminato dei prezzi.  L’effetto del boicottaggio UE si è misurato in mezzo milione di b/g; inoltre, le stringenti misure assicurative hanno colpito anche altri importatori, rendendo loro difficile procurarsi carichi extra. Le uniche assicurazioni disponibili erano offerte da compagnie iraniane di dubbia affidabilità, a cui hanno fatto ricorso Cina e Corea del Sud; o, tramite garanzie sovrane, da importatori nazionali come il Giappone. La paralisi assicurativa, quindi, ha agito congiuntamente alle sanzioni americane, che minacciavano di alienare dagli Stati Uniti gli interlocutori commerciali dell’Iran.

Nel frattempo, per tutto il 2012 l’Europa ha confidato nella capacità produttiva di Libia ed Iraq, ma soprattutto dell’Arabia Saudita, l’unico “swing producer” in grado, da solo, di influenzare il mercato. A sorpresa, dopo un anno di stop dovuto ai moti rivoluzionari, le esportazioni libiche sono riprese al volume di 1,6 milioni di b/g; la produzione irachena è aumentata di circa 650.000 b/g;  per non parlare di quella saudita, arrivata ai 10 milioni di b/g, superando di 1,5 milioni di b/g la media del 2011. Solo l’accennata minaccia di un attacco israeliano ha determinato una breve impennata del prezzo del petrolio.

Tuttavia, risulta ancora complicato valutare le reazioni dell’Iran. Ufficialmente, il Ministero del Petrolio sminuisce l’effetto delle sanzioni, negando – contro ogni evidenza – ricadute nelle esportazioni.  Da altri organi ufficiali arrivano responsi differenti. Il 17 dicembre scorso è stata diffusa una dichiarazione del Ministro dell’Economia, Shamseddin Hosseini, secondo cui le sanzioni avrebbero dimezzato i proventi delle esportazioni petrolifere. Il 19 dicembre, il Presidente Mahmoud Ahmadinejad ha dichiarato alla stampa che il governo stava cercando di ridurre al minimo, sul bilancio statale, il peso delle vendite del petrolio; pertanto, i tecnici in materia hanno suggerito di preventivare un volume di esportazioni pari solamente ad un milione di b/g per il biennio 2013-2014.

Se valutate dal punto di vista della caduta dei profitti (tra i 3 e i 5 miliardi di dollari al mese), le misure sanzionatorie che hanno interessato Teheran sono state sicuramente efficaci. Difatti, nonostante l’assenza del petrolio iraniano, la disponibilità di greggio sul mercato non è stata intaccata, e i prezzi sono rimasti stabili sui 100 dollari al barile per la maggior parte dell’anno. Inoltre, alcuni dei più importanti importatori dell’Iran, come la Cina, che continua a rifiutare l’approvazione delle sanzioni a livello internazionale, hanno continuato a ridurre le importazioni da Teheran nel 2012, ricevendo in cambio un allentamento delle restrizioni finanziare e legislative da parte della Casa Bianca.

Nonostante questo, gli incontri tra l’AIEA e un’apposita commissione (che conta i cinque membri permanenti del Consiglio di Sicurezza dell’ONU, più la Germania) per valutare gli effetti delle sanzioni, si sono conclusi con un nulla di fatto: sul breve termine, tali misure sembrano non aver sortito alcun effetto sulle politiche nucleari. Al limite, ci si potranno aspettare dall’Iran altre ammissioni ufficiali sullo stato dell’economia, che potrebbe addirittura peggiorare nel 2013, dato che i clienti indiani e giapponesi stanno già dichiarando di voler ridurre le importazioni. Inoltre, dal mese di febbraio di quest’anno, gli Stati Uniti sembrano voler imporre misure ancora più restrittive, che esacerberanno il deficit del bilancio commerciale iraniano, costringendo le banche a trattenere le entrate. Si prevede, poi, un aumento di produzione da parte dei Paesi al di fuori dell’OPEC, commisurato alla lenta ripresa dell’economia globale. Il petrolio iraniano diverrà sempre meno essenziale, influenzando negativamente la valuta e gli altri settori dell’economia del Paese.

Nessuno può sapere con certezza se il 2013 sarà l’anno della resa dei conti tra Stati Uniti ed Iran; ma, a meno di una svolta diplomatica, quello appena iniziato si appresta ad essere un altro anno durissimo per l’economia del Paese.

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Articolo tradotto da: Antonella Di Marzio

Articolo originale: Iran Sanctions: Effective But Unsuccessful In 2012

Photo credit: David Holt London

 

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Una legge democratica e religiosa. Come quella ugandese contro gli omosessuali.

A prima vista potrebbe sembrare un discorso imperialista o neocolonialista, ma la posta in gioco rimane troppo alta: non è possibile che una nazione democratica si faccia promotrice di morte e sofferenza. Si deve agire subito.

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[dropcap]N[/dropcap]el 2009 l’Uganda ha avanzato una proposta di legge contro gli omosessuali, il cosiddetto “Kill the Gays bill”. Il testo comprende due disposizioni che, in pratica, equiparano l’omosessualità all’omicidio, punendo con l’ergastolo coppie gay e trasgressori incensurati. È invece prevista la pena di morte per criminali recidivi, ovvero sieropositivi, figure autorevoli (genitori inclusi) e pedofili, ossia tutti coloro che intrattengano rapporti con minori di 18 anni. Si configura anche il reato di omessa denuncia, punito con una multa e fino a tre anni di detenzione.

Il progetto di legge, condannato dall’opinione pubblica internazionale, si è arenato varie volte all’interno del parlamento ugandese. Le pressioni politiche occidentali furono inizialmente inefficaci, ma a fine 2009 il testo venne smussato, eliminando la pena di morte. Per due anni, a partire dal marzo 2010, la bozza non è stata più discussa, nonostante un tentativo fallimentare avvenuto quell’agosto; adesso è tornata alla ribalta.

Perché insistere su questa legge? Perché “sono gli ugandesi a chiederla”.

A questo proposito, i mass media hanno sempre usato le virgolette, come se riportassero un’affermazione fasulla, da prendere con le pinze o a cui non credere affatto: cosa che invece viene smentita dai numeri. In teoria, se democrazia significa ascoltare le maggioranze, questa legge dovrebbe essere approvata.

Infatti, il 96% degli ugandesi vorrebbe bandire l’omosessualità. Il massiccio supporto popolare a favore di tale misura rispecchia un trend comune a tutta l’area sub-sahariana (escluso il Sudafrica, relativamente liberale): in questa zona, lo stato meno sfavorevole all’omosessualità è la Costa d’Avorio, che registra una percentuale dell’89% tra i contrari. Non che la situazione cambi molto in un contesto più esteso: in Medio Oriente lo Stato più tollerante è quello di Israele, in cui però solo un terzo della popolazione si dichiara aperta nei confronti dell’omosessualità; questa percentuale cala drasticamente in Egitto, fino a scendere all’1%. Il quadro è decisamente migliore in Europa occidentale, ma peggiora gradualmente procedendo verso est: nel sud-est asiatico l’unica eccezione che prevede una maggioranza “a favore” del riconoscimento degli omosessuali è costituita dal Giappone. Nel continente americano, sebbene via sia un orientamento progressista in materia, gli Stati Uniti dimostrano un’intolleranza che non ha eguali nel mondo occidentale.

Omofobia non è la parola giusta per descrivere comportamenti dettati, più che dalla paura, dall’odio, e l’ostilità statunitense attecchisce notevolmente a livello globale. Con i loro sermoni carichi di intolleranza, certi pastori ultraconservatori americani trovano molto seguito in Africa, dove le popolazioni locali sono indotte a temere un presunto contagio omosessuale tra i bambini, che dissemini sia il virus dell’HIV, sia pericolosi pensieri omosessuali. In aggiunta, numerose organizzazioni statunitensi, supportate da predicatori religiosi e corporations internazionali, sono preposte alla diffusione di programmi anti-abortisti ed anti-omosessuali.

Tuttavia, l’intolleranza statunitense non ha bisogno di essere emulata o esportata: piuttosto, questi predicatori ne capitalizzano la versione autoctona, basandosi sulle severe prescrizioni religiose delle vecchie società coloniali, e sul persistere di superstizioni ancora più antiche – che stigmatizzano, ad esempio, l’omosessualità e l’albinismo.

La mancanza d’istruzione ha fatto il resto: i principi sacri delle popolazioni colonizzate hanno finito per diventare ancora più ferrei di quelli dei colonizzatori. Al grido di “conversione o morte”, la cristianizzazione forzata determinò spesso massacri sanguinosissimi, al confronto dei quali appaiono poca cosa le guerre religiose combattute in Europa.  Queste ultime si originavano da questioni interpretative che volevano risalire a principi, stabiliti da Cristo, che regolamentassero società sorte molti secoli dopo la sua nascita – nonostante fosse scritto nei Vangeli che il mondo non sarebbe durato più di un altro secolo (Matteo  16:28, 23:36, 24:34, 26:64, Marco  9:1, 13:30, Luca 9:27, 21:32).

Nel corso della storia, i califfati islamici arabi e gli imperi cristiani adottarono e propugnarono una serie di pratiche sessuofobiche. Inoltre, nei libri della tradizione giudaico-cristiana sono annoverate molte norme in materia di rapporti e pensieri sessuali, talmente paranoiche e restrittive da risultare bizzarre. Nelle ex colonie, tali regole hanno continuato ad avere peso anche dopo che i Paesi industrializzati le hanno dismesse. Quando le popolazioni occidentali hanno iniziato a svincolarsi dai dettami della Chiesa, declassata a mero fattore di identità culturale, anche l’odio per l’omosessualità ha iniziato a svanire. Secondo una stima Gallup, gli Stati più aperti nei confronti dell’omosessualità sono anche quelli che, rifiutando una morale dettata dalla religione, mettono istruzione e libertà di pensiero al primo posto della propria scala di valori.

Così non è per l’Uganda, dove un’applicazione letterale del principio di democrazia tutelerebbe le leggi che mettono al bando l’omosessualità, fino a punirla in qualche caso con la morte. Gli ugandesi lo vogliono, così come la loro religione: di conseguenza, questa legge dovrebbe essere approvata in quanto ritenuta democratica? La risposta è negativa.

Una tale posizione potrebbe apparire imperialista o neocolonialista, ma la posta in gioco rimane troppo alta: non è possibile che una nazione democratica si faccia promotrice di morte e sofferenza. La tutela dei valori di libertà (di espressione, identità, sicurezza) rimane prioritaria rispetto al diritto delle maggioranze all’oppressione legale: un ordinamento democratico, da solo, non basta a rendere civile una società. La difesa dei suddetti valori non riguarda esclusivamente le sinistre, come vorrebbe un’opinione diffusa in Occidente: essi sono i principi fondanti delle stesse società occidentali. Pertanto, una demagogia intollerante, fondata su principi sacri, attecchisce particolarmente laddove l’istituzione della democrazia sia recente, e la morale completamente subordinata alla religione. Ingiustizie come quella ugandese devono essere stroncate sul nascere, per tutelare chi si macchi dell’unica colpa di amare in maniera diversa. Il diritto all’oppressione democratica ha già detto abbastanza: per contrastarlo, si deve agire subito.

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Articolo tradotto da: Antonella Di Marzio

Articolo originale: Uganda’s ‘Kill The Gays’ Bill? It’s Democratic. And It’s Religious.

Photo credit: Todd Huffman

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La futuribile convergenza tra sistemi sanitari: equità o innovazione?

Dall’analisi comparata tra sistema sanitario americano ed europeo, emerge il dilemma della sostenibilità: da un lato, l’esigenza di garantire servizi universali controllando la spesa sanitaria; dall’altro la volontà di sostenere l’innovazione tecnologica e l’eccellenza nella ricerca.

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[dropcap]M[/dropcap]entre negli Stati Uniti la riforma Obama del 2010 ha cercato di dare risposte ai problemi di equità determinati dal sistema sanitario delle assicurazioni private, in Europa è crescente l’allarmismo riguardante la sostenibilità dei sistemi sanitari nazionali. Se ne ha un chiaro esempio nella recente dichiarazione dell’attuale  Presidente del Consiglio, Mario Monti, circa la necessità di individuare nuove forme di finanziamento per il SSN. Ritengo, pertanto, che la convergenza dei due trend non sia casuale: i distinti e originali percorsi del sistema delle assicurazioni private statunitense, e di quelli universalistici europei, sono destinati a influenzarsi reciprocamente.

Come anticipato circa un decennio fa da Giovanni Fattore, direttore del Dipartimento di Analisi Istituzionale e Management Pubblico dell’Università Bocconi, il tentativo dei sistemi sanitari europei di raggiungere gli standard tecnologici americani pone un problema di sostenibilità per almeno due ordini di motivi: la minore incidenza della spesa sanitaria sul PIL, e l’assenza di rilevanti fonti private di finanziamento in Europa.

A questo quadro, è necessario aggiungere un ulteriore elemento: la curva demografica. In base a quest’ultima, si può concludere che il costo della sanità non potrà che aumentare nei prossimi anni. La curva della spesa sanitaria media per età presenta, infatti, un andamento a “J”, dovuto al fatto che, dopo una riduzione negli anni successivi all’infanzia, i consumi medi pro-capite cominciano a crescere lievemente dopo l’adolescenza, si intensificano a partire dai cinquant’anni circa, per impennarsi infine verso i sessanta-sessantacinque anni. Si stima che in Italia, nel 2050, il 33% della popolazione sarà ultrasessantenne. Il trend accumana USA ed Europa ed appare difficilmente contrastabile.

Diversamente dalla tradizione storica europea, il modello statunitense delle assicurazioni private ha sempre considerato la sanità come un prodotto individuale afferente alle logiche di mercato. Tale modello è sostenuto dai contributi volontari dei lavoratori o dei datori di lavoro, sotto forma di premi assicurativi o pagamenti diretti. Il sistema è incentrato sulla rimborsabilità delle prestazioni – per coloro che possiedono un’assicurazione sanitaria, e sulla “gratuità” delle stesse – principalmente per coloro che beneficiano dei programmi Medicare e Medicaid. Al contrario, i modelli universalistici europei considerano la sanità come un diritto che lo Stato deve garantire ai cittadini. La forma di finanziamento principale del modello Beveridgiano (UK) è stata la fiscalità generale, mentre quella del modello Bismarckiano (Germania) consisteva nei contributi obbligatori pagati dai lavoratori, o dai datori di lavoro, alle assicurazioni sociali.

Le marcate differenze tra i due sistemi sanitari trovano origine in una diversa concezione dei diritti e dei privilegi relativi all’individuo. Riecheggiando il pensiero di una larga fascia di cittadini statunitensi, non necessariamente di fede politica repubblicana, si potrebbe arrivare a dire che: “Ogni cittadino ha l’assicurazione sanitaria che si merita”. Al contrario, in Europa, il fenomeno delle caring externalities è nettamente dominante: il singolo individuo è disposto a cedere parte del proprio reddito in cambio di servizi, anche se non ne usufruirà personalmente.

A oltre sessant’anni dall’introduzione, nel 1948, del primo modello universalista, il britannico National Health Service, è oggi possibile osservare e comparare i risultati ottenuti dai suddetti sistemi sanitari.

Il sistema statunitense delle assicurazioni private è quello che determina la spesa sanitaria pro-capite più alta tra i Paesi OECD, e allo stesso tempo non garantisce al 15% della sua popolazione, cioè a 45 milioni di persone, alcuna assicurazione sanitaria. I welfaristi potrebbero affermare, a ragione, che l’applicazione delle politiche liberiste in sanità abbia generato un sistema iniquo e inefficiente allo stesso tempo. La riforma Obama 2010 e la seconda ondata di correttivi, prevista per il 2014, costituiscono un tentativo di risposta alle evidenti lacune di tale impianto. Un tentativo, questo, concepito nella direzione dell’universalismo, ed evidentemente influenzato dai sistemi sanitari europei.

Secondo Robert Evans, specialista in Health Economics all’Università della British Columbia, le ambizioni riformiste di Obama, sono state frenate dall’alleanza implicita tra i soggetti dell’offerta (imprese fornitrici, medici, ospedali) e i cittadini con reddito  medio-alto. La prima componente, infatti,  garantisce servizi d’eccellenza ai cittadini con reddito medio-alto e trova nella loro domanda la condizione sufficiente per continuare a dominare il sistema sanitario. Di conseguenza, la qualità della ricerca biomedica statunitense e l’eccellenza dei suoi centri di studio, è di fatto indiscutibile, e non sorprende, quindi, che siano proprio gli USA a dettare i ritmi di sviluppo tecnologico ai sistemi sanitari europei.

Nel vecchio continente, un modello di matrice universalistica offre, al contrario, assistenza sanitaria alla totalità della popolazione, ed è caratterizzato da una spesa pro-capite decisamente inferiore. A riguardo, si segnala che il tanto vituperato SSN abbia una spesa sanitaria pro-capite inferiore alla media OECD. In un costesto recessivo, con trend demografici sfavorevoli e PIL inferiori, i sistemi sanitari europei non riescono però ad assorbire l’innovazione tecnologica promossa dal sistema sanitario americano. La capacità di porre un filtro costruttivo all’innovazione potrebbe essere un elemento fondamentale per garantire la sostenibilità dei sistemi sanitari europei, preservando il loro carattere universalistico.

In conclusione, questa breve analisi comparata consente di mettere in luce il critico trade-off tra la necessità di garantire servizi sanitari universali, controllando la spesa sanitaria, e la capacità di sostenere l’innovazione tecnologica e l’eccellenza nella ricerca. Si è già detto di come Stati Uniti e Europa abbiano privilegiato, rispettivamente, la prima e la seconda dimensione. Nell’era globale è possibile, ma non nesessariamente augurabile, una progressiva convergenza tra due modelli storicamente distinti, che costringerà l’Europa a rinunciare progressivamente al carattere sociale dei propri sistemi sanitari.

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Editing: Maria Teresa De Palma

Photo Credit: Creative Commons

 

Arctic Ice

Il dominio dell’Artide e le conseguenze per la sicurezza globale

Il controllo dell’Artide è stato per lungo tempo oggetto di un dibattito intenso e di dispute tra Canada, Danimarca, Norvegia, Russia e Stati Uniti. Il risultato della controversia potrebbe avere un impatto significativo sulla sicurezza globale. 

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[dropcap]I[/dropcap]l dominio sull’Artide è stato per lungo tempo al centro di un acceso dibattito e di varie dispute tra Canada, Danimarca, Norvegia, Russia e Stati Uniti. Ciascuno di questi Paesi rivendica la sovranità di parte dell’Artide. Secondo la Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare (UNCLOS), uno stato interessato dispone di dieci anni di tempo per rivendicare la sovranità su zone della piattaforma continentale. Tale periodo inizia con la ratifica della Convenzione da parte dei soggetti coinvolti. Ad oggi, il suddetto lasso temporale è stato già superato da Norvegia e Russia, mentre Canada e Danimarca si stanno avvicinando alla scadenza (prevista, rispettivamente, nel 2013 e 2014). Dal canto loro, gli Stati Uniti rivendicano la sovranità di alcune parti dell’Artico per via della vicinanza con il territorio dell’Alaska, sebbene non abbiano ancora ratificato la Convenzione.

Ci sono state dispute per la sovranità di alcune zone particolari dell’Artico. Le aree contese comprendono il Passaggio a nord-ovest, il Mare di Beaufort, l’isola Hans e il Polo Nord. Per il Canada il Passaggio a nord-ovest fa parte delle sue acque interne, il che gli conferisce la possibilità di applicarvi le leggi nazionali in materia di pesca e ambiente e imporvi tasse e restrizioni doganali. Al contrario, gli altri Paesi, Stati Uniti in testa, considerano il Passaggio a nord-ovest appartenente alle acque internazionali. Se quest’ultima interpretazione fosse unanimemente condivisa qualsiasi imbarcazione avrebbe la facoltà di esercitare il proprio diritto di passaggio, limitando in tal modo l’autorità canadese sull’area.

Il Mare di Beaufort si estende dalle coste dello Yukon (in Canada) a quelle dell’Alaska (negli Stati Uniti). Il Canada sostiene che la sovranità debba essere riconosciuta in base all’estensione dei confini territoriali, mentre gli Stati Uniti non appoggiano tale tesi. Questi ultimi, infatti, hanno autonomamente stipulato contratti di affitto per alcuni di quei territori sui quali il Canada rivendica la sovranità per le estrazioni petrolifere. La disputa non è ancora stata risolta, ma si presume che si debba attendere il giudizio di un tribunale internazionale non appena gli Stati Uniti ratificheranno la Convenzione UNCLOS.

Attualmente la Danimarca e il Canada hanno intavolato negoziati per la spartizione dell’isola Hans. Benché piccola e disabitata, l’isola ha attratto l’attenzione di entrambi i governi. Se la mappa elaborata nel 1967 per la determinazione della sovranità sull’isola la localizzava all’interno delle acque canadesi, le più recenti immagini satellitari hanno rivelato che, invece, il confine tra i due stati si trova proprio al centro dell’isola stessa. Nel 1984, 1988, 1995 e 2003 il governo danese ha issato la propria bandiera sull’isola di Hans. Per tutta risposta nel 2005, durante un viaggio in territorio artico, il ministro della Difesa canadese attraccò sull’isola, provocando ulteriori attriti tra i due governi.

In realtà, le più acute controversie riguardano il Polo Nord. La sovranità sul Polo Nord è stata rivendicata da diversi Paesi, anche se non è stato ancora stabilito a quale piattaforma appartenga ufficialmente. Infatti, dopo che nel 2007 un sottomarino russo issò la propria bandiera sui fondali del Polo Nord, seguirono numerose critiche internazionali. Il ministro degli Affari Esteri canadese Peter MacKay stigmatizzò tale atto dimostrativo, poiché implicava l’inequivocabile rivendicazione della sovranità di Mosca sulla regione. L’immediata replica del corrispettivo russo, Sergey Lavrov, puntò a minimizzare l’accaduto come mero atto celebrativo, paragonandolo al gesto americano sul satellite lunare. Ciò nonostante, il ministro delle Risorse Naturali, nonché collega di Lavrov, ha di recente sostenuto l’appartenenza del Polo Nord alla piattaforma sub-continentale russa: pertanto, il suo Paese rivendica di fatto il diritto a disporre delle vaste risorse naturali presenti nel territorio polare.

Le conseguenze delle dispute per la sovranità sull’Artico potrebbero avere un impatto significativo sulla sicurezza globale. Stando a quanto sostiene il Gruppo Intergovernativo di Esperti sul Cambiamento Climatico, l’industria marittima potrebbe iniziare a utilizzare l’Artico come rotta marina principale, man mano che la calotta glaciale continuerà a sciogliersi. Questo implicherà un maggiore sforzo per la protezione delle frontiere, oltre alla possibilità di tassare le imbarcazioni. Si crede, inoltre, che l’Artico sia una vasta riserva di gas naturale e petrolio. Considerando le scadenze imminenti della Convenzione ONU e gli alti incentivi economici, l’ipotesi di un conflitto appare sempre più veritiera.

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 Articolo tradotto da: Valentina Mecca

Articolo originale: The Security Implications of Arctic Sovereignty

Photo Credit: U.S. Geological Survey

Mideast Iran Nuclear

Il nucleare dopo Fukushima: tra lo stallo occidentale e i rischi della rincorsa mediorientale

Secondo l’Agenzia Internazionale dell’Energia, l’energia nucleare rimane un’opzione aperta, specialmente nel contesto asiatico e mediorientale; entro il 2035 la capacità installata crescerà dagli attuali 370 GW a 580 GW e il 94% di tale aumento sarà soddisfatto dai paesi non-OCSE.

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[dropcap]S[/dropcap]olamente tre anni fa l’Agenzia Internazionale dell’Energia (IEA) citava, nel suo annuale World Energy Outlook (WEO), la possibilità di una “Nuclear Renaissance”: il ritorno dell’apporto dell’energia nucleare sul mix energetico mondiale dopo la situazione di stallo che aveva caratterizzato gli anni ’90, complice anche il disastro di Chernobyl. Il WEO 2012, pubblicato solamente un mese fa, offre un quadro inevitabilmente diverso a causa dell’effetto che l’incidente alla centrale giapponese di Fukushima Daiichi ha avuto sulle istanze dell’opinione pubblica internazionale, inducendo diversi Paesi, specialmente in area OCSE, a ripensare la propria linea politica in tema di nucleare.

Tra le misure restrittive adottate da questi paesi si ricorderanno: la decisione della Germania di optare per la chiusura immediata di otto centrali e la cessazione delle altre entro il 2020; l’abbandono della Svizzera; il voto referendario dell’elettorato italiano, espressosi (per la seconda volta) contro il ripristino del nucleare; il lancio degli stress test europei per controllare la sicurezza delle centrali; il blocco della costruzione di nuovi impianti da parte degli Stati Uniti. Persino la Francia, storico baluardo dell’energia atomica, ha espresso l’intenzione, con il governo Hollande, di ridurre la quota nucleare dal 74% al 50% ed ha abbandonato, in via quasi definitiva, la costruzione della centrale di Fessenheim. Nonostante l’effetto Fukushima abbia evidentemente minato l’accettabilità di tale fonte energetica nel mondo occidentale, la stessa continuerà, seppur in modo più contenuto, a contribuire al mix energetico mondiale futuro. L’AIE prevede che la quota del nucleare, sul totale della produzione elettrica mondiale, non muterà, attestandosi al 12% nel 2035 (rispetto al 13% attuale). In termini assoluti la capacità installata crescerà dagli attuali 370 GW a 580 GW e il 94% di tale aumento sarà soddisfatto dai paesi non-OCSE (in particolare da India e Cina, con quest’ultima che dovrebbe accrescere la propria capacità nucleare dai 12 GW attuali a 128 GW nel 2035). Pertanto questi dati non possono essere ignorati dalla comunità internazionale per le implicazioni di carattere politico, economico e di sicurezza che pongono.

Proprio in Medio Oriente il dibattito sulla nuclearizzazione della produzione energetica è quanto mai attuale, insieme alle questioni che un tale scenario solleverebbe in termini di sicurezza, sia a livello di safety che di security. Infatti la costruzione di centrali preposte alla produzione di energia nucleare è tra le risposte più adatte per fronteggiare sia la crescente domanda di elettricità, alimentata dall’aumento del reddito e demografico, sia per il perseguimento delle finalità tipiche delle politiche energetiche – sicurezza degli approvvigionamenti, riduzione della dipendenza dalle fonti fossili, progetti di desalinizzazione. Tra questi paesi risalta l’Arabia Saudita, che punta a installare 16 reattori entro il 2030, a partire dal 2019. Sono gli Emirati Arabi Uniti (EAU), tuttavia, a guidare lo sviluppo nell’area, avendo già siglato contratti di fornitura dell’uranio e avviato, quest’estate, la realizzazione del primo reattore, il cui completamento è atteso nel 2017. La Turchia, similmente, ha cantierizzato la costruzione di tre impianti nucleari entro il 2023 al fine di soddisfare il 10% della domanda energetica nazionale. In tal caso, però, la decisione del governo turco riguardo alla localizzazione della prima centrale ha incontrato forti proteste popolari, dato che la città di Akkuyu è situata nelle vicinanze di una faglia sismica.

Nella regione mediorientale l’unica centrale operativa è quella iraniana (ma di costruzione russa) di Bushehr, connessa alla rete elettrica nel settembre 2011. Sebbene la presenza di impianti per la produzione di energia nucleare non implichi direttamente la detenzione dell’arma atomica, alcuni processi e tecnologie sono comuni sia all’ambito militare che a quello civile, in particolare l’enrichment dell’uranio e il reprocessing del plutonio. Nonostante i paesi interessati abbiano più volte escluso la volontà di dotarsi di un programma nucleare strategico, l’acquisizione di tale tecnologia solleva notevoli preoccupazioni a livello internazionale. D’altra parte, però, sembra che i governi occidentali (e non solo) siano in questa fase più interessati alle opportunità che un tale sviluppo possa determinare a livello commerciale, come dimostrano gli accordi di cooperazione di Francia, USA, Sud Corea e Australia con gli EAU.

Infatti, ricordando che il diritto a intraprendere lo sviluppo dell’energia nucleare a fini pacifici è riconosciuto all’art. IV del Trattato Internazionale di Non Proliferazione (TNP), l’unica strada per ostacolare i rischi di proliferazione, derivanti dallo sviluppo dell’energia nucleare, dovrebbe prevedere una più stretta collaborazione con i governi occidentali esportatori di tecnologia nucleare e gli attori internazionali di garanzia e salvaguardia, come l’Agenzia Internazionale dell’Energia Atomica (AIEA) e il Nuclear Suppliers Group (NSG). Washington, che detiene la leadership in entrambe le organizzazioni, ha recentemente optato per un approccio più flessibile, mirante a mantenere la propria influenza su un’area così sensibile, piuttosto che intraprendere una strategia di contrapposizione che screditerebbe la propria leadership, come dimostra l’accordo siglato con gli EAU nel 2009. Il cosiddetto 123 Agreement prevedeva, da parte degli Emirati, la rinuncia a erigere installazioni per l’arricchimento dell’uranio e il riprocessamento del plutonio, affidandosi al mercato internazionale per ottenere il combustibile nucleare necessario. In questo senso, il 123 Agreement potrebbe essere adottato come modello di riferimento, viste le garanzie di trasparenza e sicurezza che lo stesso offre.

In conclusione, nonostante l’inevitabile riduzione dell’apporto nucleare al mix energetico da parte dei paesi occidentali, l’energia atomica rimane un’opzione aperta, specialmente nel contesto asiatico e mediorientale dove sono previsti numerosi progetti di sviluppo nel medio e lungo periodo. Tuttavia, le problematiche inerenti allo sviluppo di impianti nucleari – il rischio di proliferazione, la gestione delle scorie, la sicurezza delle centrali – restano cogenti, se non addirittura accentuate dalla maggiore interdipendenza a livello internazionale. Un quadro, questo, che evidenzia la necessità di costruire un rapporto cooperativo tra il contesto occidentale e quello asiatico e mediorientale che permetta, da una parte, di sopperire alla mancanza di expertise locale – ad esempio, per quanto riguarda l’utilizzo dell’energia nucleare per i progetti di desalinizzazione marina – e, dall’altra, di gestire tale sviluppo in maniera più sicura e controllata.

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Photo Credit: revistanuevamineria

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Una Cina Grande Come La Cina

Che il cambio della guardia ai vertici cinesi sia tenuto all’oscuro, deciso in una stanza chiusa, è chiaramente il sintomo di un’anomalia intrinseca e persistente. La Cina stenta così a manifestare un potere egemonico che è in gran parte consolidato.

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L’interesse dell’opinione pubblica occidentale per gli avvenimenti che hanno scosso la Cina nel 2012 è sorto in primavera, a seguito del più grande scandalo politico dai tempi dell’eliminazione di Lin Biao nel 1971. La rimozione di Bo Xilai da capo del Partito di Chongqing, avvenuta nel marzo scorso, ha posto fine alle sue ambizioni di potere, obbligando così l’ormai ex membro del Politburo a rinunciare alla leadership nazionale. Il popolarissimo ispiratore della corrente neomaoista è stato eliminato dalla corsa al XVIII Congresso del Partito Comunista cinese a causa di una serie di scandali che hanno a lungo appassionato gli osservatori. La sua fine coincide da un lato con il declino delle istanze ‘reazionarie’ della sinistra del partito e, dall’altro, con l’affermazione, da parte della componente maggioritaria, della volontà di proseguire sulla strada delle riforme.

Il Congresso del Partito Comunista è l’evento centrale per la determinazione degli assetti di potere in Cina. Il XVIII Congresso, che si è svolto lo scorso novembre, ha visto la prevista affermazione della quinta generazione di governanti della Repubblica Popolare e l’elezione di Xi Jinping, attuale vice-presidente, a Segretario Generale del PCC, carica che prelude al passaggio di consegne da parte del presidente Hu Jintao.

Xi, come la maggioranza dei sette membri del Comitato permanente del Politburo, viene dal gruppo dei principi rossi, figli o nipoti dei compagni di Mao nella Lunga Marcia. Nel suo discorso post-elettorale, il nuovo leader della Cina popolare ha parlato della necessità di proseguire sulla strada delle riforme e di sconfiggere il fenomeno – ormai diffusissimo – della corruzione, manifestatosi recentemente in scandali che hanno coinvolto i grandi dirigenti del partito. Anche il presidente Hu, durante il suo intervento di apertura, aveva fatto esplicito riferimento alla vicenda di Bo Xilai. L’eliminazione di Bo resta, difatti, una delle chiavi di volta di questo congresso, soprattutto qualora si vada a considerare l’atteggiamento tenuto dagli Stati Uniti. Nonostante la loro apparente marginalità, gli americani hanno infatti svolto un ruolo centrale nella vicenda.

Nel febbraio scorso, il braccio destro di Bo, Wang Lijun, era stato rimosso dal suo incarico; atto, questo, che rivelava l’effettivo avvio dell’operazione politica contro i neomaoisti. Wang Lijun aveva immediatamente cercato rifugio nel consolato americano di Chengdu, per poter sfuggire all’inevitabile arresto. Tuttavia, la reazione americana non è stata quella evidentemente sperata. Dimostrando un’inaspettata fermezza d’intenti, l’amministrazione americana ha negato l’accoglienza a Wang, rifiutandogli lo status di rifugiato politico. Riconsegnando Wang alle autorità cinesi, gli americani hanno così rinunciato alla possibilità di accedere alle eventuali informazioni che questi avrebbe potuto fornir loro. Malgrado l’apparente complessità dello scenario, è tuttavia piuttosto semplice leggerne in filigrana ragioni e cause determinanti. Il mondo che circonda la Cina, Stati Uniti compresi, non è più ostile come un tempo. Al contrario, buona parte degli attori della politica globale aspetta ansiosamente di capire quali siano gli obiettivi futuri del gigante cinese.

Quest’ultima generazione politica si trova, in effetti, a dover fronteggiare una questione del tutto inedita: in che modo e in quale misura assumere e gestire le responsabilità attribuite alla Cina dal suo status di superpotenza mondiale. Il nuovo Celeste Impero è divenuto protagonista della scena mondiale grazie a trent’anni di crescita economica straordinaria e largamente imprevista; una crescita che ha colto impreparata la classe dirigente dei figli della rivoluzione. Dagli anni ’90 ad oggi, la Cina ha teso a mantenere un profilo basso sullo scacchiere globale, dimostrando così una sostanziale incapacità ad affermarsi come potenza egemone. Un processo facilmente imputabile al fatto che la Cina, ad oggi, non ha nulla da offrire.

Il XVIII Congresso del Partito Comunista si è trovato a coincidere, oltretutto, con il periodo in cui gli effetti della crisi euro-americana cominciano a manifestarsi in Asia, rallentando sensibilmente la crescita del gigante cinese. Una simile situazione pone questa nuova quinta generazione di governanti della Repubblica Popolare di fronte ad una sfida inedita: assegnare alla Cina un posto nel mondo. Dare avvio, cioè, a un processo di costruzione e ricostruzione che interesserebbe tutti quei paesi che sono caduti o cadranno sotto l’area di influenza cinese. Un processo di costruzione che adotti una prospettiva di crescita diversa da quella tradizionale, che vada quindi oltre i prodotti industriali a basso costo, e che sia in grado di prevalere sul disinteresse di Pechino per la qualità dei governi con cui costruisce partnership.

Tutto ciò significherebbe inventare un vero e proprio progetto politico per il mondo cinese; staremo a vedere se Xi Jinping e i suoi uomini saranno all’altezza della sfida.

Un ulteriore elemento può aiutare, seppure in maniera incidentale, a comprendere le difficoltà politiche della Cina. Il XVIII Congresso si è aperto due giorni dopo le presidenziali americane ed il fortuito coincidere degli eventi ha messo così in evidenza una delle grandi differenze che dividono le due superpotenze. Da una parte, la segretezza e l’oscurità dei processi politici cinesi rendono inaccessibili, al grande pubblico globale, i nomi dei prossimi governanti. Dall’altra, la corsa al seggio presidenziale negli USA, illuminata fin quasi all’esasperazione dai riflettori mediatici, viene seguita con fervente entusiasmo da tutti gli angoli del globo. Ogni spettatore può quindi parteggiare per il candidato che gli è più affine, per valori o convenienza. Una strategia di comunicazione simile, aggressiva e clamorosa, non può che rafforzare, inevitabilmente e a prescindere dal risultato, il peso dell’egemonia americana.

Il fatto che il cambio della guardia ai vertici cinesi sia tenuto all’oscuro, deciso in una stanza chiusa, è chiaramente il sintomo di un’anomalia intrinseca e persistente. La Cina stenta così a manifestare un potere, di tipo egemonico, che è in gran parte consolidato.

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Photo Credit: Bert Van Dijk