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Il caso di Ulrike Meinhof

Ulrike Meinhof: un caso di terrorismo locale nella Germania Ovest

{Dipartimento di Studi Strategici (War Studies), King’s College London}

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[dropcap]I[/dropcap]l 9 maggio 1976 Ulrike Meinhof fu trovata morta nella sua cella del carcere di Stammhein, nell’allora Germania Ovest. Il suicidio, avvenuto dopo quattro anni di reclusione, fu un atto estremo di propaganda, destinato a rimanere controverso per l’opinione pubblica. Sugli scritti di Meinhof, che fu co-fondatrice della RAF (Rote Armee Fraktion – Frazione dell’Armata Rossa), si formarono le coscienze politiche di due generazioni di studenti tedeschi; alcuni di loro si unirono addirittura ai movimenti armati clandestini. Rispetto ai profili di altri terroristi, però, spicca particolarmente la radicalizzazione di Ulrike Meinhof, che figura tra le pochissime terroriste donne in posizioni di comando; ciò si deve anche al fatto che la componente femminile della RAF fosse superiore alla media delle organizzazioni terroristiche.[1] Il potere politico era però strutturato in una maniera fortemente maschilista: era per questo, sostiene Dükop, che per una giornalista donna come Meinhof fosse difficilissimo cambiare le cose nel rispetto della legge. Che ciò risulti condivisibile o meno, la tesi di Dükop permette almeno di comprendere i motivi per cui Meinhof abbandonò famiglia e carriera per una vita da fuorilegge.[2] Risulta inoltre interessante misurare l’impatto culturale dell’ideologia della RAF: nel 1971, secondo alcuni sondaggi, il 18% dei tedeschi ne considerava accettabili le convinzioni politiche; il 10%, addirittura, si dichiarava favorevole a fornire copertura ad uno dei suoi membri. [3] Secondo Kellen, era poi significativo che il 5% della popolazione vedesse nella RAF fosse il frutto di varie crisi della società tedesca.[4]

Con “radicalizzazione”, di cui si è parlato nel caso di Meinhof, s’intende indicare il processo di adozione di un sistema di valori estremista, violenza inclusa.[6] Argomento di questo saggio è proprio l’analisi dettagliata del processo di radicalizzazione di Ulrike Meinhof: dagli esordi nel giornalismo alla fondazione della RAF il 14 maggio 1970.

Ulrike Meinhof nacque nel 1934 ad Oldenburg, Germania. A cinque anni, Ulrike perse il padre; per garantire un futuro alle sue figlie, sua madre proseguì gli studi. Poco dopo, avviò una relazione sentimentale con la compagna Renate Riemeck, che si trasferì da loro aiutandola a crescere le figlie. Nel 1945, le due donne, allora insegnanti elementari, aderirono al Partito Social-Democratico tedesco. Riemeck si prese carico di Ulrike dopo che sua madre morì di cancro nel 1949; le due si trasferirono a Weilburg, dove Ulrike, studentessa eccellente, arrivò a dirigere il giornale della scuola. Il 1955 fu un anno importante nella vita delle due: il partito Social-Democratico votò a favore dell’obbligo di leva, rinunciando così ad opporsi al riarmo della Germania Ovest. Molti intellettuali di sinistra, Riemeck inclusa, disapprovarono pubblicamente la decisione, che rimandava al controllo totale esercitato dal regime nazista. Le convinzioni di Riemeck si rifletterono nelle azioni di Ulrike, che si unì al “comitato contro la morte nucleare” promosso dalla SDS (Sozialistischer Deutscher Studentenbund – Lega tedesca degli studenti socialisti) di cui fu eletta portavoce. Poco tempo dopo Ulrike cominciò a scrivere per il loro organo ufficiale, che le garantì una certa notorietà all’interno dei circoli di sinistra. [6] Già in giovanissima età, dunque, Ulrike aveva dato prova di altissimo impegno politico: un fattore comune, secondo Della Porta, a tutti i terroristi radicalizzati. [7]

Gli scritti di Meinhof, dagli esordi fino all’abbandono del giornalismo nel 1969, permettono di seguire le tappe del suo processo di radicalizzazione. Nel 1960, Meinhof fu assunta presso la redazione di Konkret, un giornale di sinistra incentrato sul movimento contro il nucleare; più tardi, ne avrebbe sposato il direttore Klaus Rainer Köhl, dal quale avrebbe avuto due figli. Nello stesso anno, Renate Riemeck fu invitata a lasciare l’insegnamento presso la Pädagogische Akademie di Wuppertal. Ufficialmente, la decisione doveva tutelarla dalle aggressioni pubbliche, ma i pacifisti di sinistra ne fornirono un’interpretazione diversa. Il 5 aprile 1957, Konrad Adenauer, primo cancelliere tedesco del dopoguerra, aveva annunciato il rifornimento di armi nucleari; Riemeck, notoriamente contraria alla rimilitarizzazione della nazione, lanciò una petizione, sottoscritta da altri accademici, che invitava i sindacati a minacciare scioperi contro le politiche nucleari. Ciò la rese una figura controversa all’interno dei circoli politici, e non è da escludere che le sue dimissioni dovessero realmente tutelarla. In ogni caso rimane assodata la forte influenza di Renate Riemeck sulla figlia adottiva, che l’ammirava molto portandone avanti le convinzioni politiche.[8] Ulrike commentò gli avvenimenti nell’articolo “Geschichten von Herrn Schütz” (Storie del Signor Schütz), sostenendo che le motivazioni ideologiche delle dimissioni di Riemeck costituissero un caso senza precedenti nella storia della Repubblica Federale. Parlando del governo attuale, Meinhof alludeva in realtà al regime nazista, facendo leva sul diffuso dimore che si potesse tornare ad un regime autoritario: non si poteva prevedere, affermava, dove avrebbe avuto fine la politica di epurazione dell’università tedesca.[9]

Meinhof e i suoi lettori dell’epoca prendevano molto sul serio la questione della responsabilità personale. La giornalista sosteneva che le generazioni si dovessero confrontare sul tema della repressione per scongiurare il ritorno di un regime autoritario. Erano controverse le affermazioni di Meinhof sull’operato di Franz Josef Strauß: secondo la giornalista, i posteri avrebbero ricordato l’allora Ministro della Difesa come una sorta di Hitler, a meno che il governo non modificasse le sue politiche in ambito di libertà per le opposizioni, separazione dei poteri, sovranità popolare e  guerra. I paragoni con la Germania nazista continuarono in “Neue Deutsche Ghetto-Schau” (Il nuovo ghetto tedesco): riallacciandosi al tema della repressione accademica, Meinhof dichiarava che un nuovo governo non serviva ad impedire che nel sistema capitalista ci fossero ancora schiavi e padroni. I ghetti ebraici del regime nazista erano così stati sostituiti da quelli che la Germania capitalista riservava ai pacifisti e alle sinistre.[10]

Per Della Porta e Diani, il frame ideologico è costituito da tre elementi. Un frame è dunque una struttura generale, standardizzata e predefinita in cui vengono guidate percezioni, costruite eccezioni e dato senso all’identità individuale;[11] un frame guida i processi decisionali, incorporando preconcetti culturali, politici e individuali. Il primo elemento menzionato dai due studiosi è quello diagnostico, che spinge il singolo ad individuare una questione sociale su cui si senta autorizzato ad esprimersi: secondo Norbert Elias, le generazioni di studenti delle rivolte avvenute tra gli anni ’60 e ’70 agivano sotto il peso di una colpa ereditaria;  la classe dominante tedesca, invece, non era disposta a mettere in discussione il passato della nazione, suscitando la curiosità – ma anche l’amarezza e l’ostilità – delle generazioni post-naziste.[12] I giovani si chiedevano in che modo un regime autoritario potesse salire al potere, e molti cercarono risposte nel pensiero maoista o marxista-leninista. Parafrasando Elias, il loro modo di pensare poteva riassumersi così: “Ci siamo fatti carico di una colpa insopportabile per i nostri genitori e i nostri nonni, una colpa che loro non hanno potuto o voluto affrontare. Siamo orgogliosi: ci vergogniamo di essere tedeschi, ma è proprio per questo che sappiamo di essere la Germania migliore.”[13]

Meinhof, come dimostrano i suoi primi articoli su Konkret, sembrava credere molto nel ruolo degli  studenti tedeschi, che dovevano impedire il ritorno di quel regime autoritario incontrastato dalle generazioni precedenti. Secondo Della Porta e Diani, il secondo elemento del frame ideologico è quello prognostico, che prevede consenso sull’articolazione di una soluzione.[14] Allora, per gli studenti di sinistra, la soluzione risiedeva nell’impegno sociale: il giornalismo investigativo indagava sugli abusi governativi che le proteste pubbliche cercavano di rendere evidenti alle coscienze.[15]

La terza componente del frame ideologico è quella motivazionale, cioè quell’elemento simbolico che stimola l’individuo a sentirsi motivato all’azione.[16] Ciò è in genere permesso da un elemento unificante, che nel caso degli studenti tedeschi fu quel senso di colpa generazionale di cui si è già discusso.[17] I timori della generazione post-nazista, che sfociavano talvolta in paranoia, produssero legami di solidarietà tra gli studenti, motivandoli a creare momenti collettivi: insieme ci si incontrava, si studiava, si protestava e si scriveva contro l’autoritarismo del sistema capitalista. L’analisi di questi primi scritti, confrontati con quelli successivi alle violenze poliziesche del 1968 e del 1969, permette di comprendere meglio il processo di radicalizzazione di Ulrike Meinhof.

Nel giugno 1967, lo Scià di Persia aveva in programma una visita a Berlino. Prima del viaggio, la moglie Farah Pahlavi aveva scritto un articolo sulla propria vita quotidiana confrontata a quella di un iraniano medio; ciò attirò lo scetticismo e i commenti cinici degli attivisti di sinistra, che fecero presente come il suo stile di vita opulento non corrispondesse a quello della popolazione iraniana. Meinhof le scrisse una lettera aperta, in cui intravedeva un legame tra la visita dello Scià e le intenzioni del governo tedesco. Colpisce, seppur in traduzione, questo stralcio:

“Non la sorprende, in mezzo a tutto questo orrore, l’invito del Presidente della Repubblica Federale?  Perché non gli chiede cosa sa dei campi di concentramento, come progettarli, come costruirli? Ha una grossa competenza nel campo.”[18]

In occasione della visita dello Scià, erano state adottate delle misure di sicurezza – come la chiusura delle autostrade – che per i dissidenti di sinistra erano degne di uno stato di polizia.[19] Una manifestazione studentesca, assembratasi fuori dal palazzo municipale di Berlino, era tenuta lontana dalle strade da sbarramenti presieduti da poliziotti in tenuta antisommossa e agenti dei servizi segreti iraniani. I manifestanti presero a lanciare bottiglie di vernice contro il corteo dello Scià, ma i membri del suo servizio di sicurezza attraversarono le barriere e cominciarono a colpirli; indietreggiando, gli studenti furono attaccati anche dalla polizia tedesca. Per tutta la giornata nell’intera città ebbero luogo schermaglie e scontri violenti tra manifestanti e polizia. In un presunto incidente, lo studente Benno Ohnesorg rimase ucciso da un colpo esploso dalla polizia.[20] In un documentario televisivo sono riportate le opinioni di Meinhof sugli “Eventi del due giugno”, che definì atti di terrorismo da parte della polizia e della stampa, capace di distorcere la realtà al punto da attribuire agli studenti la responsabilità delle violenze. [21] Secondo Meinhof, lo strapotere del governo tedesco, che era riuscito a diffamare il movimento studentesco, lo rendeva capace di notevoli pressioni sui mezzi di comunicazione.

Dopo quegli eventi, la prosa di Meinhof, di pari passo con le azioni dei movimenti studenteschi, s’inasprì e assunse un forte valore simbolico. La “teoria del valore aggiunto” di Smelser indaga sul senso di frustrazione, individuale e collettivo, causato da fattori di natura culturale, politica, razziale ed economica; e che in alcuni casi, ma non in altri, induce alla radicalizzazione violenta. [22] La teoria di Smelser può essere applicata alla scissione ideologica che ebbe luogo nella Germania Ovest del ’68 all’interno dei movimenti di sinistra: se alcuni suoi esponenti, come Meinhof, si unirono ad organizzazioni clandestine, altri, come il suo ex marito Klaus Röhl – da cui divorziò proprio nel ’68 – continuarono con le manifestazioni pacifiche. La disponibilità all’uso della violenza è una scelta personale che può essere compresa prendendo in considerazione i cambiamenti a livello cognitivo. Hanno occasione di radicalizzarsi, se predisposti, gli attivisti politici per cui una crisi personale o nazionale comporta un notevole salto ideologico. [23] Il processo di radicalizzazione di Ulrike Meinhof fu compiuto tra il 1968 e il 1970, con le tensioni tra governo e movimenti di sinistra: nei suoi articoli di quel periodo è evidente un cambiamento  prognostico del frame ideologico, per cui l’uso della violenza era da considerarsi legittimo.

Il 2 aprile 1968, in segno di protesta contro il sistema capitalista, Gudrun Ensslin e Andreas Baader diedero fuoco a un grande magazzino di Francoforte. La settimana seguente, Rudi Dutshke, leader del movimento studentesco, fu ferito da un colpo di arma da fuoco fuori dalla sua abitazione di Berlino Ovest. L’autore dell’attentato, Josef Bachman, era uno studente di destra che fu arrestato poco dopo; con sé portava un articolo ritagliato dallo Nationalzeitung, un giornale di destra, dal titolo “Stoppt Dutschke jetzt” (Fermate Dutschke ora). Colpito alla testa e al petto, Dutschke sopravvisse, ma i suoi seguaci, ancora terrorizzati, agirono contro la Springer Publishing Company, che stampava il Nationalzeitung: i camion delle consegne che uscivano dai magazzini vennero assaliti e distrutti. Meinhof scrisse articoli sulle proteste, pubblicando inoltre poco dopo “Vom Protest zum Widerstand” (Dalla protesta alla resistenza), in cui la affermava che le proteste non bastassero più a contrastare un clima politico che avrebbe portato al deteriorarsi dello Stato. Ma i danni alle cose erano ancora inefficaci a contrastare la “campagna d’odio” della Springer Publishing, presieduta da Klaus Schütz:

“Le assicurazioni ripagheranno i vetri rotti, nuovi camion sostituiranno quelli bruciati, i cannoni ad acqua della polizia non diminuiranno e i manganelli neppure”[24]

Secondo Meinhof,  il sistema capitalista aveva l’obiettivo di persuadere i consumatori a soddisfare bisogni indotti dal governo[25]; il complotto era dunque globale:

“Quelli al potere, che condannano i lanci di pietre e gli incendi, ma tacciono sulle campagne d’odio della Springer, sulle bombe in Vietnam, sul terrore persiano, sulla tortura in Sudafrica; quelli che si coalizzano con la Springer, mentre avrebbero i mezzi per espropriarla; quelli che non dicono la verità sugli studenti, ma solo mezze verità… sono promotori ipocriti di non-violenza”.[26]

Secondo Meinhof, l’inefficacia di proteste e manifestazioni era evidente; nella Germania corrotta e capitalista si poteva e doveva considerare l’uso della violenza, anche di rimando.[27] Questo articolo permette di osservare un cambiamento radicale dell’elemento prognostico: sfumata la possibilità di un cambiamento democratico, Meinhof si esprimeva a favore della resistenza e della lotta di classe, propugnate da quelli che, in maniera eroica e romantica, la giornalista chiamava “guerrieri rivoluzionari”. [28] L’articolo poi si concludeva così: “Il divertimento è finito. La protesta è dire ‘non mi piace’. La resistenza è metter fine a ciò che non mi piace”.[29]

Se fosse scoppiata una crisi nazionale, le Notstandgesetze avrebbero autorizzato il governo a chiamare in aiuto gli alleati dell’Europa occidentale; contro queste leggi d’emergenza, l’11 giugno 1968 si tenne a Bonn una manifestazione di sessantamila persone. Delle leggi simili erano state approvate prima della svolta autoritaria del regime nazista: per i manifestanti di sinistra, il pericolo dell’autoritarismo era dunque notevole.[30] Le proteste rimasero però inascoltate: nel segno di tale frustrazione, Meinhof scrisse “Notstand-Klassenkampf” (Lotta di classe d’emergenza), in cui liquidava come “ingenue perdite di tempo” le manifestazioni pacifiche, dubitando della loro utilità in un regime capitalista e repressivo.[31] In un tale sistema, intrinsecamente conflittuale, l’uso della violenza era per Meinhof necessario al cambiamento: le idee abbozzate in “Vom Protest zum Widerstand” concludevano ribadendo l’inutilità delle proteste: difatti, le sole risposte efficaci potevano provenire dalla fisicità della resistenza. Secondo Meinhof, lo stesso sistema capitalista si reggeva sull’uso della violenza: pertanto, il linguaggio della violenza era l’unico che il capitalismo fosse in grado di comprendere. Una concezione romantica della violenza persisteva nella contrapposizione tra aufklärische Gewalt, la “violenza illuminante” dei manifestanti, aperta e palese, e quella subdola e latente del sistema capitalista, che tentava di giustificarsi attraverso nuove leggi e nuove guerre.[32]

Il brusco cambiamento nell’ideologia di Meinhof si riscontra anche dalla visione di Bambule (1969), il suo film per la televisione, e dalla lettura di “Kolumnismus”, il suo ultimo articolo per Konkret. Attraverso le storie di tre giovani donne che, in un sistema di controllo totale, cercano di ritagliarsi la propria individualità, Bambule denuncia le condizioni inadeguate e repressive degli istituti tedeschi di riformazione. Poiché Meinhof affidava ad un nuovo mezzo di comunicazione le opinioni sull’intera società tedesca, Colvin sostiene che il film esprima dubbi sulla credibilità del giornalismo.[33] Gli istituti erano rappresentati come organizzazioni rigide e gerarchiche, che osteggiavano il dialogo con i ragazzi inibendo il formarsi di qualsiasi senso di comunanza. Per Meinhof, erano chiari esempi delle distinzioni politiche e di classe esistenti nella società capitalista[34]; e, nonostante i dubbi sull’efficacia dei mass media, sperava davvero che il film incitasse i giovani a resistere e agire.[35] L’articolo “Koluminismus”, della primavera del 1969, dà prova di una concezione offensiva del giornalismo, di nessuna utilità nel sistema capitalista: Meinhof vedeva i giornalisti come schiavi delle esigenze dei direttori, a loro volta schiavi dei loro lettori e delle necessità del profitto. Il giornalismo, diventato controllo mentale, si configurava come schiavo illegittimo del sistema capitalista, riportando solo quello per cui i lettori erano disposti a pagare; i giornali si votavano all’univocità, la scrittura non si traduceva in discorso, collettività, azione. E, secondo Meinhof, un tale sistema inibiva la creazione di sentimenti solidali, rendendo lei stessa una personalità eccentrica e isolata.[36] Il giornalismo era per lei inutile, poiché esaltava il culto dell’individuo; e dal momento che la sua carriera nel giornalismo era d’intralcio alla solidarietà di gruppo, Meinhof lasciò Konkret il 26 aprile 1969, dichiarandolo uno strumento controrivoluzionario.[37]

Nel 1970, Meinhof rincontrò Andreas Baader e Gudrun Ensslin, che erano in fuga dalle autorità; colpita dalla ferocia delle idee di Ensslin,  che aveva intervistato dopo l’attentato al grande magazzino, cominciò a discutere con loro della creazione di un gruppo clandestino ai danni del sistema capitalista. [38] Poco dopo, gli investigatori del carcere berlinese di Tegel scoprirono di aver finalmente trovato l’inafferrabile Andreas Baader, fermato per eccesso di velocità a bordo di una macchina rubata poco fuori Berlino. Il 14 maggio 1970, il legale di Baader, Horst Mahler, richiese che il suo assistito potesse incontrare Meinhof per un suo presunto libro sui leader dei movimenti di sinistra. Durante l’incontro, un uomo e due donne a volto coperto fecero irruzione nella stanza, lanciando lacrimogeni e colpendo un poliziotto ad una spalla; dunque, Baader, Meinhof, Ensslin e gli altri due complici scapparono dalla finestra, rifugiandosi poi in casa di un amico. [39] La decisione di far evadere Baader coincise con la creazione di un movimento clandestino, che gli storici tedeschi chiamarono “Der Sprung” (il salto): se Ensslin e Baader erano già ricercati dalla polizia tedesca, il grande passo toccava ora a Meinhof[40] che, completamente radicalizzata, sacrificò carriera e identità sociale alla neonata Rote Armee Fraktion.

Secondo Marc Sageman, l’identità collettiva e il senso di solidarietà sono fondamentali per chi decida di abbracciare l’estremismo armato. È molto probabile che estremisti violenti provengano da una cultura attraversata da una storia di proteste, e da una popolazione favorevole a determinati aspetti ideologici.[41] Secondo Della Porta, la forte controcultura della Germania Ovest rendeva più facile il raggruppamento e la mobilitazione degli aspiranti terroristi.[42] Meinhof, reagendo alla frustrazione per l’indifferenza del governo, radicalizzò la sua prosa; all’intensificarsi dei rapporti con Ensslin e Baader, si dedicò all’azione terroristica, abbracciando una causa collettiva: le dichiarazioni rilasciate dalla RAF erano scritte esclusivamente in prima persona plurale. Meinhof decise così di prescindere dalle proprie opinioni individuali, dedicandosi completamente al gruppo e alla volontà di rovesciare il sistema capitalista. La “teoria della banda” di Sageman sottolinea quanto le dinamiche di gruppo siano importanti per un processo di radicalizzazione: individui dalla mentalità affine, che si sentano isolati per via delle proprie idee, tenderanno ad unirsi instaurando tra loro un legame di solidarietà.[43] Alle volte, ciò può portare a ragionare in termini di “noi contro loro”: Baader, Ensslin e Meinhof reagivano contro quella che Della Porta chiama la “vecchia Sinistra”, contraria all’escalation di violenza di alcuni dei suoi. Per la RAF, la “vecchia Sinistra” era inservibile e priva di senso della realtà; era responsabilità della “nuova Sinistra” impedire il ritorno tedesco ad un regime autoritario.[44]

Una volta evaso, Baader si recò a Beirut per apprendere tattiche di guerriglia urbana presso un campo di addestramento di Al Fatah, in compagnia di Meinhof, Ensslin, Mahler e altri membri della neonata RAF. Al ritorno a Berlino, il gruppo cominciò a rapinare le banche: i motivi erano illustrati in “Das Konzept Stadtguerrilla” (Il concetto della guerriglia urbana), un articolo collettivo del 1971 in cui si spiegava che le azioni “fuorilegge” erano giustificate dalla corruzione del sistema capitalista.[45] Rapine in banca e sparatorie occasionali si susseguirono fino all’arresto di Meinhof, Baader, Ensslin e Carl Raspe, avvenuto il 14 giugno 1972; i quattro vennero rinviati a giudizio per quattro capi di omicidio, cinquantaquattro di tentato omicidio e uno di associazione a delinquere.[46] Dopo l’arresto, i fondatori della RAF continuarono l’attività di propaganda contro la repressione di Stato; nel 1974, intrapresero una serie di scioperi della fame che culminarono con la morte di Holger Meins.[47] Il 9 maggio 1976, Ulrike Meinhof s’impiccò nella sua cella con un asciugamano: il suo ultimo atto di propaganda fu dunque il suicidio.

[toggle title=”Note e Bibliografia”]

Note

1 Aust (1987) p. xv
2 Dükorp (1978) pp. 275-276
3 Aust (1987) p. 119
4 Kellen (1998) p. 49
5 Rabasa, Pettyjohn, Ghez, Bouquet (2010) p. 1
6 Aust (1987) pp. 13-18
7 Della Porta (1995) p. 168
8 Ibid p.13
9 Colvin (2009) pp. 23-26
10 Ibid. Pp. 28-29
11 Della Porta and Diani, (2006) p. 74
12 Schiller (2003) pp. 27-30
13 Elias (1996) pp. 412-413
14 Della Porta and Diani (2006) p. 73
15 Ibid p. 73
16 Della Porta and Diani (2006) p. 79
17 Elias (1996) pp. 412-413
18 Bauer (2008) p. 177
19 Aust (1987) p. 25
20 Aust (1987) p. 27
21 Colvin (2009) p. 31
22 Smelser (2007) pp. 90-119
23 Wiktorowicz (2004) pp.
24 Bauer (2008) p. 239
25 Colvin (2009) p. 48
26 Ibid p. 240
27 Ibid p. 241
28 Colvin (2009) p. 34
29 Bauer (2008) p. 242
30 Colvin (2009) p. 26
31 Ibid p. 35
32 Colvin (2009) p. 38
33 Ibid p. 54
34 Ibid p. 55
35 Haynes (2000) p. 70
36 Bauer (2008) p. 238
37 Aust (1987) p. 54
38 Colvin (2009) p. 79
39 Aust (1987) p. 60
40 Post (1998) p.33
41 Sageman (2004) p. 147
42 Della Porta (1995) pp. 95-99
43 Sageman (2004) pp. 150-158
44 Della Porta (1995) p. 105
45 Colvin (2009) p. 108
46 Aust (1987) pp. 284-286
47 Colvin (2009) pp. 165-168

Bibliografia

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Saggio tradotto da: Antonella Di Marzio

Articolo originale: Case Study: Ulrike Meinhof

 

 

Terrorismo? Quale terrorismo? Come la comunicazione aggrava il problema della definizione

Perché è così difficile definire il terrorismo?

{Dipartimento di Studi Strategici (War Studies), King’s College London}

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[dropcap]T[/dropcap]rovare una definizione per la parola ‘terrorismo’ è di certo uno dei rompicapi più impegnativi dell’epoca moderna. Tale fenomeno si manifesta all’interno di un complesso mosaico di problematiche che influiscono sul breve tempo che si ha a disposizione per poterlo valutare. Sebbene sia diventato elemento cruciale della maggior parte delle agende politiche già all’indomani dell’11 Settembre, ancora non vi è un consenso unanime circa la sua definizione. Per citare un esempio, nel secondo dibattito presidenziale Mitt Romney ha criticato aspramente il presidente Obama per non aver definito l’attacco all’Ambasciata degli Stati Uniti a Bengasi un attentato terroristico, cosa che il Presidente in carica ha fatto solo due settimane dopo lo stesso.  In maniera simile, il leader libico ad interim ha definito la vicenda come un atto di violenza criminale. I politici prima, e i media poi, si sono dimostrati riluttanti, imprecisi e vaghi nel voler far rientrare questi avvenimenti sotto l’etichetta di atti di natura terrorista. Il presente saggio presenterà dunque una parte di quello che è il dibattito intorno al problema della definizione, sebbene alcune questioni saranno omesse. Tuttavia poiché il terrorismo è strettamente collegato a motivazioni di carattere politico e a ragioni retoriche, che vanno di pari passo con l’evoluzione della comunicazione moderna, è comprensibile la difficoltà nel trovare una definizione univoca al concetto.

Alcune definizioni

Il primo passo da compiere è capire perché è così importante fornire una definizione del termine. A partire dall’11 Settembre, la parola ‘terrorismo’ è entrata a far parte sempre di più del lessico della società moderna, tanto da rievocare nell’immaginario collettivo immagini alquanto violente, di sacrificio e catastrofe. Sappiamo tuttavia comprendere ciò che è davvero il terrorismo? Molti accademici e professionisti si cimentano costantemente nella ricerca di una definizione e, allo stesso tempo, rifiutano quelle già esistenti. Walter Laqueur, che è forse il più illustre della categoria, sostiene che una definizione “non esiste e non la si troverà in un prossimo futuro.” Allo stesso modo, Jeremy Waldon e George Fletcher, in opere separate, riconoscono che ci sono troppe domande ma non risposte sufficienti. Entrambi sembrano lontani da una reale definizione e credono piuttosto che il miglior modo per capire cosa sia il terrorismo sia quello di assistere a una delle sue manifestazioni.

Anche l’Ambasciatore britannico alle Nazioni Unite pare essere sulla stessa linea d’onda. In un discorso successivo all’11 Settembre ha evitato di darne una definizione affermando, “ci dobbiamo concentrare su questo concetto: il terrorismo è il terrorismo … ciò che appare, puzza e uccide come il terrorismo è solo terrorismo.” Tuttavia, se il terrorismo viene considerato come una questione transnazionale, e non all’interno di un paradigma Stato-centrico, sostenere che ogni attacco terroristico presenti determinate caratteristiche che sono sempre evidenti, non solo è banale, ma va a discapito di ogni tentativo di progettare una strategia antiterrorista vincente.  Se, dunque, il terrorismo è una questione globale che interessa diversi Paesi, la sua definizione è di vitale importanza per capirlo e, infine, combatterlo.

È opportuno pensare che la lotta al terrorismo necessiti di una definizione, per quanto sia un’impresa molto ardua. Alex Schmid, il cui pensiero è diventato una pietra miliare all’interno del dibattito definitorio, ha posto l’accento sui “metodi derivati dall’ansia” che sono inflitti alle vittime “generalmente scelte… (bersagli di opportunità).” Un particolare interessante è che egli annovera gli attori statali all’interno della sua definizione e quindi aumenta la necessità di una classificazione in quanto non separa chi o che cosa commette gli atti di natura terrorista. In una risposta diretta a Schmid, Weinberg non include elementi di carattere psicologico all’interno della sua definizione ma pone bensì la politica come ragione principale dietro la strategia terroristica. Allo stesso modo Bruce Hoffman sostiene l’importanza delle motivazioni di carattere politico e le considera lo strumento principale per comprendere il modus operandi dei terroristi. Tuttavia, motivare che un gruppo terrorista agisca esclusivamente per ragioni politiche chiarisce solo un aspetto della questione, così come se si ignorano le motivazioni religiose o ideologiche l’ambito di analisi ne risulterà limitato. John Horgan si allontana dall’idea di Weinberg, mettendo l’accento sull’uso psicologico del ‘terrore’ che, nelle sue parole, “rivela una parte del mistero” nella comprensione del terrorismo.

 L’uso del terrore è di vitale importanza per valutare un attacco perché, come sostiene John Mueller, rompe il codice morale penale rispettato da quasi tutte le popolazioni. Pertanto, la comprensione delle potenziali tattiche e dei target individuati non solo aiuta a polarizzare attori statali e non-statali, ma permette anche una migliore comprensione dei potenziali obiettivi di un gruppo. Non vi può essere una definizione univoca ed esclusiva, ed è appropriato sostenere che il dibattito accademico aggiunge maggiore incertezza alla definizione di terrorismo. In ogni caso, se proprio si volesse utilizzare un singolo concetto esplicativo di terrorismo, questo includerebbe inevitabilmente una serie di parametri che siano in grado di valutare l’attività terroristica.

L’uso improprio del termine ‘terrorismo’

L’ambiguità del mondo accademico su come interpretare le manifestazioni del terrorismo, contribuisce a lasciare irrisolto il problema concettuale. Generalmente, il modo in cui gli attori politici e personalità influenti utilizzano tale termine, ha una valenza molto più ampia, che distoglie dal vero significato e dall’uso del sostantivo ‘terrorismo’. All’interno della sua opera provocatoria, ‘Intrappolati in una Guerra al Terrore’, Ian Lustick affronta l’argomento  ponendo l’accento su come il terrorismo è diventato il fondamento cruciale della politica di Bush. I discorsi pregni di sentimenti patriottici che rimandavano a nostalgiche emozioni di guerra, hanno aiutato a legittimare le decisioni politiche dell’ex Presidente, e a fuorviare la percezione della gente da ciò che effettivamente è il terrorismo. Si trova riscontro di quanto detto negli svariati errori commessi dall’amministrazione Bush nel tentativo di combattere una ‘guerra al terrore’.

Altrettanta confusione è riscontrata nel momento in cui il terrorismo è analizzato, o quando un attacco pare enucleare tutte ‘le caratteristiche e le sensazioni (suscitate da un atto) di terrorismo’: è in questo momento che si ricorre al termine per eludere la mancanza di consenso unanime sulla natura di un atto così violento. Le semplificazioni imposte a livello governativo sono inesorabilmente e ulteriormente aggravate dall’uso sistematico di un “allarmismo apocalittico”, in cui viene impiegata una soffocante varietà di  tattiche intimidatorie – in particolar modo negli Stati Uniti. Ad esempio, la politica concernente la Homeland Security (attività di sicurezza interna contro il terrorismo, NdT) non solo descrive solo la minaccia di terroristi in possesso di armi CBRN, ma anche la loro capacità di utilizzare queste stesse armi “da casa all’estero”. Dichiarazioni imprecise e approssimative sembrano celare altre motivazioni. Fred Kaplan ha sostenuto sulle pagine del The Guardian che “le politiche messe in atto riscuotono il massimo sostegno se sono legate alla guerra al terrorismo”. Di conseguenza, se si adopera il terrorismo in correlazione ad altri argomenti di natura politica, al fine di acquisire il sostegno dell’opinione pubblica, un problema di ordine metodologico sorge inevitabilmente: è possibile separare la realtà dalla finzione ed essere finalmente in grado di fornire una definizione precisa dell’oggetto in questione?

Il ruolo esclusivo della comunicazione

La manipolazione interpretativa dei governi sulla natura del terrorismo è aggravata dallo sviluppo di fenomeni legati alla globalizzazione e al conseguente sviluppo tecnologico che, parafrasando Manuel Castells, ha creato un “nuovo spazio di comunicazione” nei centri di potere. La diffusione di alcune idee politiche presso popolazioni e territori precedentemente estranei e geograficamente distanti, e le accresciute possibilità di comunicazione tra le comunità emigrate con la propria madrepatria, ha creato una complessa dicotomia bollata da Sir Richards come “rete globale di rivendicazioni.” La rapida crescita della tecnologia e l’esplosione dei social media hanno trasformato pareri e opinioni in uno spazio informativo virtuale. Questo permette alle persone di muoversi “rapidamente e senza fili” all’interno di un mondo virtuale. David Betz ha correttamente definito questo fenomeno come il Web 2.0, in cui tutti i vettori della società interagiscono simultaneamente e, di conseguenza, il pubblico non ricopre più il ruolo di spettatore passivo ma rappresenta invece la componente attiva del mondo dell’informazione.

Le tecnologie moderne hanno dunque fornito una potentissima piattaforma per attuare una comunicazione orizzontale attraverso un arcipelago di confini nazionali e internazionali. Se il messaggio è incorretto o fuorviante può scatenare conseguenze imprevedibili, dal momento che fornisce informazioni errate ad un’intera comunità. A tal proposito, i messaggi politici stanno diventando sempre più messaggi mediatici e hanno l’immediata capacità di influenzare tutti i campi della società. D’altro canto, la tecnologia moderna permette ai cittadini la possibilità non solo di eludere i controlli statali tradizionali, ma anche di trasmettere informazioni false. Questo è ben noto all’interno della relazione sulla tecnologia del Generale David Richards nella quale sostiene che la comunicazione moderna “si situa ben oltre la capacità dello Stato di esercitare il proprio controllo senza minacciare tutte le altre funzioni di quello stesso Stato.” Ciò nonostante, tale affermazione è vera in entrambi i sensi e pertanto i governi sono in grado di esercitare un certo grado di autonomia nell’uso dei processi mediatici moderni. Pertanto, come sostiene David Kilcullen, i fini e i mezzi che conducono allo sviluppo di fonti d’informazione si caratterizzano per una scarsa trasparenza che rende molto difficile distinguere l’origine o l’affidabilità delle fonti stesse.

Difatti, un messaggio del governo diventa immediatamente l’input per l’elaborazione dei messaggi da parte dei media, e il relativo output ricopre un ruolo cruciale nel plasmarne la definizione. Se anche il terrorismo è sottoposto a questi filtri di comunicazione, va da sé che il risultato sarà un caleidoscopico insieme di definizioni. Tali definizioni, a loro volta, vengono poi servite all’opinione pubblica, ai leader e ai soliti stereotipi sulla politica estera. A tale proposito John Horgan sostiene che per analizzare il terrorismo nel suo insieme di definizioni è necessario discostarsi dai media. Tuttavia, ottenere un tale distacco appare molto difficile poiché i governi sono i primi attori che sempre più spesso ricorrono ad un utilizzo del termine in un contesto erroneo, con i media pronti ad associarlo a questioni di carattere politico.

Conclusioni

Questo questo saggio ha preso in considerazione una varietà di fonti ma non ha proposto in alcun modo una conclusione esaustiva sul dibattito concernente il problema della definizione. Si è voluto porre l’accento sul ruolo del governo statunitense per via del suo compito esclusivo nella lotta al terrorismo, in quanto le indagini portate avanti in altri Paesi avrebbero potuto generare conclusioni molto diverse. Ad ogni modo, la cattiva informazione imposta dai governi potrebbe riferirsi ad ambiti diversi della vita di tutti i giorni, e le conseguenze della stessa sono ulteriormente aggravate dalle modalità della comunicazione moderna. In ultima analisi, questo rende ancor più arduo il tentativo di fornire una definizione precisa di terrorismo.

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Saggio tradotto da: Valentina Mecca

Articolo originale: Terrorism is Terrorism? How Communication Exacerbates the Definitional Problem

Photo Credit: bixentro

Libia: due anni dopo Gheddafi

Il governo libico, come ogni stato sovrano, deve riconquistare il monopolio sull’esercizio legittimo della forza. La sicurezza deve essere la priorità su cui basare la crescita di ogni altro settore.

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Libyan protestor Gaddafi

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[dropcap]M[/dropcap]entre si avvicina il secondo anniversario della rivoluzione libica, la minaccia di nuove proteste ha spinto il governo di Tripoli ad annunciare un piano per la sicurezza di alcune città, tra cui la capitale. Sebbene nuove proteste armate appaiano poco probabili, la pressione popolare per il cambiamento è stata così virulenta da suscitare reazioni da parte del governo. Il Primo Ministro Ali Zaidan ha manifestato le proprie preoccupazioni sul rischio di una seconda rivoluzione,  ventilata da molti cittadini nei centri di Beni Ulid, Bengasi e Tripoli. Vari gruppi della società civile, inoltre, hanno annunciato proteste contro la lentezza delle riforme governative. A fronte delle tante sfide che si prospettano per il governo, il proliferare di tali voci critiche è indice del crescente malcontento che serpeggia tra il popolo.

Il governo sembra  incapace di affrontare le più elementari questioni di sicurezza: lo dimostrano incidenti di alto profilo – come  l’attacco al consolato statunitense, avvenuto lo scorso settembre  a Bengasi – o  l’insubordinazione delle milizie armate. In molte città,  numerosi miliziani continuano a girare a piacimento per le strade, pretendendo inoltre un trattamento di favore in virtù del servizio svolto durante la guerra.

Città strategiche come Bengasi – centro economico della nazione e baluardo della rivoluzione – sono soggette al malfunzionamento delle istituzioni, che determina uno stato di semi-anarchia. Un’ondata di violenza ha investito la città, scossa da  rapimenti, bombardamenti ed omicidi che hanno spesso colpito personalità del governo e della polizia. Il problema della sicurezza impedisce l’esercizio di servizi basilari, come ad esempio la raccolta urbana dei rifiuti. I miliziani, formalmente integrati nell’apparato di sicurezza nazionale, continuano a controllare punti chiave della città, risultando più numerosi e meglio armati delle forze di polizia locali. Ciononostante, gli arresti effettuati sono pochi, per timore di rappresaglie o rapimenti di poliziotti.

La città di Bengasi, che ha sempre diffidato del governo centrale, ha ripreso ad invocare il ritorno ad un sistema federalista. Tali richieste, che se attuate indebolirebbero ulteriormente il governo di Tripoli, potrebbero essere imitate dalle altre province.

La sicurezza non è un problema che riguarda solamente borghi isolati o città devastate come Bengasi: anche Tripoli ha subito una certa dose di violenza. Sono all’ordine del giorno, nella capitale, tentativi di omicidio nei confronti di membri del governo o di ufficiali di sicurezza. Inoltre,  il Congresso Generale Nazionale   è stato più volte preso d’assalto da miliziani e dimostranti; il 4 gennaio, si è tentato l’omicidio del suo presidente Mohamed Magarief.

Secondo molti esperti, la violenza della rivoluzione ha avuto un impatto significativo sulla stabilità della regione magrebina, facendo confluire armi e truppe dal conflitto libico verso il Mali. Nonostante la chiusura dei confini nazionali, la Libia è ancora una base importante per i militanti islamici attivi nella regione, per cui continua a costituire uno snodo importante. Proprio le insufficienti misure di sicurezza sui confini libici hanno agevolato l’assalto ad un impianto di gas nella vicina Algeria.

A quasi due anni dalla caduta di Gheddafi, il governo deve ricostruire una nazione devastata dalla guerra civile, e al tempo stesso fronteggiare le esigenze della sua popolazione. Solo maggiori sforzi sul fronte della sicurezza e delle riforme potranno scongiurare il rischio di rivolte popolari o di nuove ondate di violenza.

Per far questo, il governo libico, come ogni stato sovrano, deve riconquistare il monopolio sull’esercizio legittimo della forza. La sicurezza deve essere la priorità su cui basare la crescita di ogni altro settore.

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Articolo tradotto da: Antonella Di Marzio

Articolo originale: Libya, Two Years After Gaddafi

Photo Credit: شبكة برق | B.R.Q

La guerra è davvero inevitabile?

Se l’umanità vuole davvero emanciparsi dall’illogicità della guerra, deve iniziare a reagire e a classificarla con gli stessi aggettivi che si riservano, oggi, alla schiavitù e ai sacrifici umani: disgusto e disprezzo.

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[dropcap]G[/dropcap]uerre e conflitti appartengono alla storia dell’umanità quasi dall’inizio dei tempi. La nostra stessa civiltà è contraddistinta dall’insegnamento, a scuola, di un gran numero di guerre, a partire dall’età medievale e arrivando sino ai nostri giorni. Di conseguenza, tali fenomeni si sono radicati così profondamente nel nostro vissuto al punto che diamo subito per scontato, e normale, che le varie dispute tra le nazioni debbano risolversi in sanguinosi scontri fratricidi.

Forse è questo il motivo per cui la maggior parte dei cittadini non protesta a sufficienza contro le guerre. Ad esempio, si prenda il caso del Regno Unito: senza dubbio migliaia, se non milioni, di cittadini erano adirati contro la decisione del governo inglese di partecipare ai conflitti in Afghanistan, Iraq e Libia. Ciononostante, tale rabbia è rimasta inespressa e covata, senza tradursi in una protesta di massa contro la guerra. Così, mentre gran parte della società inglese si lamenta ancora per l’atteggiamento guerrafondaio avuto dalla Gran Bretagna negli ultimi anni, al tempo stesso accetta, banalmente, che partecipare ai conflitti sia ormai parte del nostro modo di vivere e intendere il mondo.

Se analizziamo la questione nel dettaglio, ci rendiamo conto che, forse, tra le invenzioni del genere umano, la guerra è la più illogica di tutte. Certo, alcuni potrebbero contestare che la guerra sia un fenomeno naturale, e poiché noi essere umani altro non siamo che animali, ci comportiamo come tali, combattendo e massacrandoci gli uni con gli altri. In effetti, si tratta di una osservazione logica, che però non considera il fatto che la specie umana sia l’unica al mondo capace di usare la propria lingua, non solo per produrre rumori, piuttosto per comunicare, elaborare linguaggi, e a creare i presupposti per l’azione diplomatica. Altri ancora potrebbero sostenere che, nonostante gli sforzi della diplomazia, alcune dispute per decidere chi comandi e debba dettar legge non possano essere risolte pacificamente. Sebbene la storia confermi una simile asserzione, ancora una volta non si tiene conto dell’esistenza di alcune società che non hanno mai utilizzato la guerra per risolvere le proprie controversie. Gli stessi buddisti, il sistema dei kibbutz in Israele e anche l’Islanda sono soggetti che non sono mai stati coinvolti in guerre internazionali. Anche in tal caso, gli scettici potrebbero obiettare che le suddette minoranze non rappresentano il quadro generale; il punto fondamentale, comunque, è che gli esseri umani, come in questi casi, sono in grado di vivere senza rimaner coinvolti in alcun conflitto. Alcuni affermano che, invece, siano le armi l’elemento da estirpare: fin quando queste saranno a disposizione delle nazioni, la guerra sarà inevitabile. In riferimento a questa ipotesi, è utile ricordare l’esistenza di un certo numero di Paesi sprovvisti di forze armate, come Andorra, Costa Rica, Liechtenstein e Grenada. Probabilmente, però, le ragioni più convincenti contro l’inevitabilità della guerra risiedono nel progresso dell’umanità: storicamente anche la schiavitù, il sistema delle caste, la sudditanza del genere femminile, le dittature, e finanche i sacrifici umani erano considerati fenomeni naturali e inevitabili. In definitiva, quindi, non bisognerebbe abbandonarsi all’idea che, solo perché qualcosa appare consueta e “normale”, debba rimanere immutata e incontestata nel tempo.

Mettendo in pratica ciò detto, ci si dovrebbe chiedere se i recenti conflitti nel Medio Oriente, e quelli possibili contro Siria e Iran, siano davvero segnati dall’ineluttabilità degli eventi. I governi occidentali sostengono che la diplomazia non funziona contro gli spietati e sanguinari terroristi che operano in Medio Oriente. Piuttosto, il recente aumento del numero di attacchi terroristici nella regione, che hanno innalzato il livello di insicurezza come mai prima d’ora, dovrebbe dimostrare che non si risponde alla minaccia terrorista attraverso invasioni e occupazioni militari. Attualmente l’Iraq è una palude disastrata, in cui le esplosioni delle autobombe scandiscono la quotidianità del Paese. Gli Stati Uniti hanno abbandonato l’Afghanistan a causa del crescente numero di vittime (in totale, si contano circa 2000 caduti tra gli americani e un numero imprecisato tra la popolazione afgana). Il continuo rifornimento di armi ai ribelli siriani ha provocato un netto aumento di vittime civili, e l’invasione dell’Iran produrrebbe solamente conseguenze catastrofiche nell’intera regione. Forse, la migliore soluzione sarebbe di lasciare alle popolazioni mediorientali le proprie responsabilità, visto che sarebbero in grado di risolvere da sole i relativi problemi. Dopotutto, è necessario ricordare che la transizione più pacifica dopo la Primavera Araba è avvenuta in Tunisia, un Paese in cui l’Occidente ha svolto un ruolo minoritario.

In conclusione, se la morsa dei conflitti dovesse stringere il Medio Oriente e i paesi arabi nei prossimi anni, a causa dei repentini cambiamenti geopolitici e della relativa instabilità provocata, i Paesi occidentali dovrebbero incoraggiare il dialogo tra le diverse fazioni in guerra tra loro, piuttosto che etichettarsi come gli inventori della pace e della diplomazia, e incoraggiando la violenza allo stesso tempo. In effetti, l’Europa ha attraversato e vissuto le guerre più terrificanti: proprio per questo motivo, i Paesi occidentali dovrebbero evitare che simili atrocità avvengano altrove. Alcuni teorici delle relazioni internazionali sostengono che le democrazie non combattono mai tra loro. Di sicuro, però, le democrazie hanno giocato un ruolo decisivo nel promuovere e causare conflitti in altre aree del mondo. Per questo, se l’umanità vuole davvero emanciparsi dall’illogicità della guerra deve iniziare a reagire e a classificarla con gli stessi aggettivi che si riservano, oggi, alla schiavitù e ai sacrifici umani: disgusto e disprezzo.

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Articolo tradotto da: Giuseppe Paparella

Articolo originale: Is War Inevitable?

Photo Credit: James Sheehan / theriskyshift.com

La geopolitica e il futuro della stabilità globale

Lungi dall’essere una scienza meramente deterministica, la geopolitica continua ad offrire, da una parte, evidenti limiti analitici; dall’altra, lo studio della stessa rappresenta un’opportunità che leader, politici e burocrati dovrebbero essere in grado di interpretare e comprendere.

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world

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[dropcap]L'[/dropcap]ultimo contributo in materia di geopolitica offerto da Ian Bremmer, presidente e co-fondatore di una delle più importanti agenzie di valutazione di rischio politico, si basa sul cosiddetto “nuovo pensiero geopolitico” e, per certi versi, la sua teoria, denominata “G-zero” rappresenta l’idealtipica evoluzione dello stesso.

Dalla caduta dell’Unione Sovietica, e la conseguente scomparsa delle più importanti minacce alla società e alla stabilità occidentale mossa da quest’ultima, numerosi studiosi hanno immediatamente supportato il paradigma della “fine della storia”: il ritratto della vittoria trionfale e definitiva del modello politico, economico e sociale di tipo liberale su quello socialista. Secondo altri, tra cui, ad esempio, Samuel Huntington, la minaccia successiva sarebbe stata rappresentata da divisioni di tipo religioso, esacerbate dall’insorgenza di fondamentalismi anti-occidentali e anti-cristiani. Tali previsioni, sebbene in alcun casi siano state accertate, hanno avuto a che fare con attori, ideologie e modelli politici ben identificabili, e con la plausibile eventualità di nuove minacce internazionali a questi collegate.

Infatti, dal crollo dell’Unione Sovietica la stabilità internazionale non è stata ulteriormente intaccata, considerata l’assenza di attori palesemente ostili e dotati di un hard power tale da mettere a repentaglio la sicurezza di altri soggetti internazionali. Al contrario, si è gradualmente formato un complesso scenario di rischio, caratterizzato da fattori imprevedibili, non intenzionali e incontrollabili. Di conseguenza, le formulazioni di politica estera hanno prestato sempre più attenzione alle implicazioni degli sviluppi tecno-scientifici, e la relativa applicazione al settore militare e cibernetico. Tra questi, è possibile annoverare: la proliferazione di armi di distruzione di massa; il mutamento climatico, i disastri ambientali e la necessità di sviluppare una geopolitica della sostenibilità; la crescente competizione per l’accaparramento delle risorse naturali tra attori statali e non in Asia centrale e in Africa; la diffusione del terrorismo religioso e fondamentalista.

Sebbene la geografia rimanga il fattore più pertinente in materia di politica estera, la consapevolezza di vivere in una società del rischio globale, vale a dire dove il rischio trascende i confini territoriali e politici, ha influenzato profondamente il pensiero geopolitico, che storicamente si è sviluppato all’interno della tradizione realista delle relazioni internazionali. Gerard Tuathail ha identificato questo nuovo ambito di ricerca come “geopolitica critica”, insistendo sulla necessità di adottare un approccio nuovo e deterritorializzato per analizzare le questioni relative alla sicurezza.

Sulla scia di questa precedente teorizzazione, la teoria G-Zero di Bremmer afferma che l’epoca attuale richiede più cooperazione sotto l’ombrello di una leadership forte, al fine di affrontare con successo le sfide transnazionali. Ciò nonostante, né le singole potenze come gli Stati Uniti, la Cina o gli altri paesi BRIC, né il G20 o altri soggetti più istituzionalizzati (quali il Fondo Monetario Internazionale, la Banca Mondiale e l’ONU) sono in grado di garantire una leadership internazionale coerente ed efficace, a causa di vari fattori: il relativo e temporaneo declino in termini di credibilità; poco potere decisionale a disposizione; scarsa influenza in ambito economico su scala globale.

Come risultato dell’instabile vuoto politico al quale assistiamo ormai da qualche tempo, vi sono quattro plausibili scenari geopolitici, tutti incentrati sulla relazione tra Stati Uniti e Cina: un improbabile “G2 informale” che prevede una forma di bipolarismo cristallizzato e cooperativo eretto su due sistemi politici ed economici agli antipodi; un concerto globale di stati, sebbene caratterizzato da interessi diversi in materia di economia e sicurezza, data la contemporanea presenza di potenze emergenti e già consolidate; la Guerra Fredda 2.0, conseguente alla competizione globale tra Stati Uniti e Cina, e imperniata su divergenze economiche e ideologiche, e alla scarsità di risorse energetiche; un mondo frammentato in regioni, dove la cooperazione multilaterale sarebbe ulteriormente indebolita e i problemi di natura transnazionale non potrebbero essere affrontati in maniera appropriata.

Infine, si potrebbe considerare l’evoluzione di un ulteriore scenario, il cosiddetto G-Subzero, nel quale questioni di ordine globale potrebbero tramutarsi in emergenze di carattere locale, con conseguenze catastrofiche per la stabilità dei singoli stati. Infatti, secondo tale prospettiva, ogni nazione sarebbe interamente impegnata a gestire crisi interne causate da rivolte di carattere sociale, crolli economico-finanziari, disordini politici innescati da movimenti separatisti ed estremisti. Di conseguenza, lo stesso concetto di globalizzazione verrebbe compromesso, e ogni nazione sarebbe chiamata a impegnarsi autonomamente per trovare soluzioni efficaci.

È inutile aggiungere che una tale prospettiva, così pessimista, non si realizzerà in maniera altrettanto deterministica, anche se va presa comunque in considerazione dopo mezzo secolo di stabilità bipolare e unipolare. Inoltre, le questioni transnazionali fanno sì che l’attuale configurazione del contesto politico sia la più rischiosa e imprevedibile sin dalla creazione del sistema di Westphalia. Per questo, appaiono impraticabili soluzioni come quella proposta da Robert Cooper: infatti, non è ponendo le basi per una nuova egemonia occidentale che il processo di frammentazione degli stati-nazione sarebbe evitato. Una ricetta simile appare, più che altro, un’anacronistica rielaborazione del messaggio imperialista lanciato da Mackinder nel 1904, utile allora solo per prevenire il crollo dell’Impero Britannico.

Lungi dall’essere una scienza meramente deterministica, la geopolitica continua ad offrire, da una parte, evidenti limiti analitici; dall’altra, lo studio della stessa rappresenta un’opportunità che leader, politici e burocrati dovrebbero essere in grado di interpretare e comprendere.

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Articolo tradotto da: Valentina Mecca

Articolo originale: Geopolitics & Future World Stability

Photo credit: Peter Bo Rappmund

L’ultima Carta Dell’ETA: La Resa Condizionata

Per troppo tempo l’ETA ha perseguito una strategia politica fallimentare, o addirittura inconsistente: prova ne sia la sua crisi attuale. Il gruppo armato sembra voler giocare, come ultima carta, l’offerta di trattative per lo scioglimento. Che già si preannuncia una mossa perdente.

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[dropcap]L’[/dropcap]organizzazione armata separatista basca ETA (Euskadi ta Askatasuna) ha reso nota la disponibilità a trattare il proprio scioglimento, negoziando così la cessazione definitiva delle proprie attività. Al primo impatto, una mossa del genere potrebbe sembrare politicamente significativa. Tuttavia, una riflessione più approfondita rivela l’imbarazzante scarsità di alternative a disposizione dell’organizzazione terroristica e, a parte la potenziale minaccia di attacchi terroristici, tale scelta dimostra anche l’irrilevanza dell’ETA per il futuro costituzionale e politico dei Paesi Baschi e dell’intera nazione spagnola.

L’ETA, in ogni caso, non sta offrendo una resa incondizionata. Lo scioglimento rappresenterebbe piuttosto il culmine di una trattativa incentrata sul dialogo e sulle conseguenze del conflitto, concernenti le questioni dei prigionieri politici, dei rifugiati e della demilitarizzazione dei Paesi Baschi. Inoltre, l’ETA pretende che Francia e Spagna “riconoscano la propria responsabilità […] per la violenza ed i crimini di cui si sono macchiate duranti il conflitto”.

Si tratta di richieste pesanti: non solo difficili da attuare, ma politicamente inaccettabili per i governi di Madrid e Parigi. Per l’ETA, la disponibilità allo scioglimento sembra quasi una concessione, quasi si trattasse di una delle tante rivendicazioni finora espresse. Se questa interpretazione fosse corretta, sarebbe ancor più evidente l’anacronismo che caratterizza tale organizzazione.

Non è un mistero che l’ETA sia ormai parecchio indeboilita. È impressionante la regolarità con cui i suoi presunti leader operativi sono stati arrestati: in quattro anni, soprattutto in Francia, ne sono stati catturati circa dieci. L’ultimo – Izaskun Lesaka, fermato nel mese di ottobre – ha portato a ventiquattro, nel solo 2012, il numero totale degli arresti riconducibili all’organizzazione. Come se non bastasse, il  predecessore di Lesaka, Oroitz Gurruchaga Gogorza, è stato arrestato solamente a maggio, innescando così un cambio ai vertici talmente repentino e improvviso che ha inevitabilmente danneggiato la capacità operativa dell’ETA.

Per farla breve, nessun politico spagnolo o francese potrà mai essere disposto a trattare con un gruppo terroristico  agonizzante. Al contrario: secondo Jorge Fernández Díaz, Ministro dell’Interno spagnolo, la resa incondizionata sarebbe l’unica azione accettabile da parte dell’ETA.

I frequenti arresti tra i vertici dell’organizzazione terroristica sollevano un’altra questione, ispirata alla celebre massima di Mao Tse-tung, secondo la quale “il guerrigliero deve muoversi tra il popolo come un pesce nuota nel mare”. Con tutta probabilità, per evitare la cattura dei suoi uomini, l’ETA ha dovuto adottare rigide misure di sicurezza, che pure si sono rivelate infruttuose: una tale chiusura al mondo esterno fa dubitare che l’organizzazione sia capace di comprendere la situazione attuale di Spagna e Paesi Baschi. In effetti, l’ETA sembra aver perduto ogni contatto con la realtà, e le sue recenti affermazioni lo confermano.

Attualmente, i problemi maggiori per il governo di Madrid, presieduto dal Partito Popolare (PP), riguardano la crisi economica e la disoccupazione; per non parlare della questione della Catalogna, che rappresenta una seria minaccia alla Costituzione e all’integrità nazionale. Il partito di maggioranza, con le sue radici franchiste, non è un soggetto politico favorevole alla negoziazione diretta con l’ETA: già in tempi migliori, simili trattative sarebbero state improbabili, ma nell’attuale situazione di crisi si rivelerebbero pressoché impraticabili. Semmai, l’adozione della linea dura nei confronti dell’ETA potrebbe addirittura giovare al governo di Mariano Rajoy, procurandogli qualche sporadico consenso in una situazione tanto complessa.

Allo stato attuale, la minaccia separatista più consistente non è di matrice basca, ma catalana; e poco importa che le elezioni del 25 novembre scorso abbiano in qualche modo indebolito la posizione di Convergència i Unió, il partito al governo della regione. Infatti, il presidente catalano, Artur Mas, medita un referendum per l’indipendenza nel 2014: ciò rappresenterebbe la più seria minaccia all’integrità territoriale della Spagna. Di conseguenza, è impensabile che il governo di Madrid sia intenzionato a dialogare con un’organizzazione terroristica,considerando che, per contrastare un movimento indipendentista democratico come quello catalano, ha già intenzione di appellarsi alla Corte Costituzionale.

In quanto alla regione basca, il maggiore partito democratico di matrice nazionalista è, da sempre, il Partito Nazionalista Basco (Euzko Alderdi Jeltzalea – EAJ;  o Partido Nacionalista Vasco – PNV in spagnolo). L’EAJ/PNV ha amministrato la regione per trent’anni, intrattenendo complesse relazioni con i movimenti nazionalisti più radicali, ETA inclusa. L’attuale priorità del Partito Nazionalista Basco è di riottenere la maggioranza, sottrattagli nel 2009 da una coalizione tra socialisti e  moderati, lanciando a Madrid una sfida indipendentista simile a quella posta da Convergència i Unió in Catalogna. Pertanto, in un tal scenario, l’ETA non avrebbe alcuna possibilità di far valere le proprie rivendicazioni, tantomeno le sue avulse strategie politiche.

Seppur sia ancora presente e attiva, l’ETA gode di un peso politico marginale e di una capacità operativa insufficiente. Per troppo tempo l’organizzazione ha perseguito una strategia politica fallimentare, o addirittura inconsistente: prova ne sia la sua crisi attuale. Il gruppo armato sembra voler giocare, come ultima carta, l’offerta di trattative per lo scioglimento. Questo tentativo, come risulta ormai chiaro, si preannuncia perdente in partenza.

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Articolo tradotto da: Antonella Di Marzio

Articolo originale: ETA’s Last Throw Of The Dice?

Photo Credit: www_ukberri_net

Perché, In Questo Momento, Il Riconoscimento Di Uno Stato Palestinese Sarebbe Disastroso

Bisogna evitare facili entusiasmi nell’accogliere la richiesta di riconoscimento che lo Stato palestinese ha avanzato presso l’ONU, soprattutto se ciò non considera adeguatamente le esigenze di sicurezza di Israele. Una certa pazienza si rende necessaria per scongiurare sviluppi altrimenti catastrofici.

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Articolo in riposta a: “Ostacolare la creazione della Palestina: il grande errore degli Stati Uniti

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La richiesta di riconoscimento istituzionale che l’Autorità Nazionale Palestinese ha avanzato presso l’ONU ha rappresentato, per molti,  una possibile via d’uscita dalla questione mediorientale: si reputa, infatti, che una tale istanza possa esercitare una maggiore pressione internazionale su Israele. Di conseguenza, assecondando questa logica, i contrari al suddetto riconoscimento statuale rischierebbero un passo falso diplomatico: pare, infatti, che la richiesta dell’ANP goda di crescente consenso presso gli Stati membri delle Nazioni Unite. Gli Stati Uniti, sostiene ancora la tesi dell’articolo precedente, vi si opporrebbero poiché preoccupati dalla possibile denuncia che, un eventuale Stato palestinese, intenterebbe presso la Corte Penale Istituzionale contro Israele, con l’accusa di occupare illegalmente i propri territori. Infatti, continuando a sostenere un alleato storico, gli Stati Uniti finirebbero però per  tradire i propri stessi principi e valori, vedendo poi compromessa la propria influenza all’interno del mondo arabo. In aggiunta, conclude l’articolo, l’atteggiamento americano nei confronti dell’ANP suscita qualche perplessità, dato che appare in forte contrasto con il supporto fornito alle rivoluzioni democratiche in Nordafrica.

A questo punto, sarebbe il caso di confutare le argomentazioni descritte. In primis, approvare la richiesta dell’ANP potrebbe generare pericolosi sviluppi non solo per Stati Uniti ed Israele, ma anche e soprattutto per lo stesso Stato palestinese;  e, più in generale, per tutta la regione mediorientale. E’ infatti per ragioni legate alla stabilità e alla sicurezza regionale che gli Stati Uniti si oppongono a tale epilogo, piuttosto che per opinabili legami di lealtà a Gerusalemme. In questo momento storico l’ANP non è pronta a configurarsi come entità statuale, e se le valutazioni strategiche avanzate da Israele dovessero essere ulteriormente ignorate, si profilerebbero instabilità politica e il rischio di un conflitto generalizzato a tutta l’area circostante.

L’ANP, in effetti, non gode del pieno controllo sui propri territori, nemmeno per quanto riguarda la Zona A: non è in grado, dunque, né di esercitare lo stato di diritto sulla regione, né di garantire stabilità nei territori di confine – come ad esempio nella Striscia di Gaza dove perdura e si consolida la presenza di Hamas. A tal proposito, pur supponendo che l’ANP acquisisca lo status desiderato, appare improbabile che possa subentrare o affiancarsi pacificamente ad Hamas nel governo di Gaza. L’organizzazione in questione continuerebbe le proprie attività anche all’interno di uno Stato palestinese ormai indipendente, come il lancio di missili su Israele e la politica di reclutamento tra le tribù beduine, in modo da garantirsi un rafforzamento strategico nella zona del Sinai. Un eventuale Stato potrebbe costituirsi solamente nel momento in cui dovesse possedere le caratteristiche adatte a diventarlo: per adesso territorio e popolazione non sono affatto attributi sufficienti.

Relativamente a considerazioni di ordine interno, si provi ad ipotizzare uno Stato palestinese indipendente che ottenga, da parte della Corte Penale Internazionale, una sentenza sul ritiro di Israele dai Territori Occupati. Cosa accadrebbe in seguito? Storicamente, nessuna entità statale ha mai rinunciato volontariamente alle proprie posizioni strategiche, ancor più per sentenza e senza calcolare le ripercussioni sulla propria stabilità interna. Sia a livello di apparato statale, che di forze di sicurezza, l’ANP risulta troppo debole per poter affrontare proteste e rivolte; e sembra avere ancora meno chance di debellare il terrorismo di matrice domestica. Abu Mazen sarebbe davvero in grado di fermare un possibile lancio missilistico verso l’aeroporto di Tel Aviv? Di ostacolare il contrabbando di armi da fuoco giordane a Ramallah? E di impedire ad agenti di Hezbollah di infiltrarsi in Palestina per reclutare ed addestrare nuovi terroristi?

Non sembra decisamente il caso di correre rischi così consistenti; tanto più adesso che l’intera regione è scossa da conflitti settari. Con le sue deboli istituzioni statali, e le sue forze di sicurezza impreparate e corrotte, l’ANP non è in grado di esercitare il potere sufficiente a garantire una certa stabilità. Al contrario, Israele riesce, in maniera efficace, ad arginare la minaccia terroristica proveniente dai Territori Occupati, malgrado i vergognosi abusi umanitari e le violenze che ne conseguono. Sarebbe dunque ipotizzabile che, sulla base di un mero imperativo morale, lo Stato israeliano decida di affidare la propria sicurezza ad istituzioni deboli e poco influenti? Basterebbe solo un po’ di buon senso per affermare il contrario.

In primo luogo, lo stato di diritto potrà essere esercitato dall’ANP, sia nella Striscia di Gaza che in Cisgiordania, solo quando sarà in grado di evitare che il terrorismo locale giunga a colpire Israele. In secondo luogo, non è pensabile che Israele possa essere costretta, per di più da potenze straniere, ad accettare l’esistenza di uno Stato palestinese. La pressione esercitata su Gerusalemme non basterebbe comunque a determinarne un cedimento; per quanto riguarda la parte palestinese, tale situazione potrebbe dare il via libera ad una Terza Intifada. Ne conseguirebbero eccidi, violenze e l’intensificarsi della presenza militare israeliana nei Territori Occupati: una mossa del genere ritarderebbe almeno di vent’anni la risoluzione della questione palestinese, facendo sfumare ogni possibilità di stipulare un compromesso pacifico.

In ultima analisi, la negoziazione del processo di pace deve coinvolgere le grandi potenze. Ogni argomento contrario sarebbe irrilevante e fuori luogo, poiché già nel 2001, nel corso del Summit di Taba, furono definiti tutti i parametri per una risoluzione consensuale. Il problema risiede nella mancanza di buona volontà da entrambe le parti: se desiderassero realmente risolvere la questione, uno Stato Palestinese potrebbe sorgere nel giro di una notte. Allo stesso modo, ogni soluzione internazionale che prescinda da Israele sarebbe rovinosa: il rischio di violenze aumenterebbe vertiginosamente, determinando il rinfocolarsi di atteggiamenti aggressivi da parte di israeliani e palestinesi.

In conclusione, il riconoscimento statuale sarebbe disastroso per l’ANP e la sua legittimità. Se, successivamente all’ottenimento di tale status istituzionale le condizioni di vita per gli abitanti palestinesi non dovessero migliorare, l’ANP si ritroverebbe ulteriormente danneggiata, e il già debole supporto di cui attualmente gode verrebbe compromesso. Non è difficile ipotizzare come un’ondata di proteste popolari possa favorire la base radicale, che, attaccando l’inerzia e la passività dell’ANP, vedrebbe rinsaldata la propria credibilità, incitando la popolazione a rivendicare con violenza ciò che le stesse Nazioni Unite avevano promesso. Se dovesse scoppiare un’altra Intifada, l’ANP non avrebbe alcuna possibilità di gestirla, né risulterebbe credibile nel prendere le redini del conflitto, ponendosi come alternativa al populismo militante di Hamas. Se Arafat non fu in grado di gestire la Seconda Intifada, è assolutamente fuori discussione che il poco carismatico Abu Mazen riesca a fare di meglio.

Non si voglia leggere, in quest’articolo, un’apologia di Netanyahu o delle politiche repressive israeliane. Bisogna, però, evitare facili entusiasmi nell’accogliere la richiesta di riconoscimento che lo Stato palestinese ha avanzato presso l’ONU,  soprattutto se ciò non considera adeguatamente le esigenze di sicurezza di Israele. Una certa pazienza si rende necessaria per scongiurare sviluppi altrimenti catastrofici. Bisogna comunque riconoscere che, indipendentemente dalle posizioni sull’argomento dibattuto, al momento le relazioni israelo-palestinesi – sia a livello sociale, che diplomatico – sono pacifiche come non accadeva da qualche anno.

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Articolo tradotto da Antonella Di Marzio

Editing: Giuseppe Paparella

Articolo originale: Recognizing A Palestinian State Would Be Disastrous

Photo Credit: Adam Biggs / theriskyshift.com