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Il caos egiziano: un problema europeo

Il ruolo dell’Europa potrebbe essere decisivo alla stabilizzazione dell’Egitto. Accompagnando ad un’azione politica l’erogazione di aiuti finanziari, il Vecchio Continente potrebbe aiutare il Paese a ritrovare una stabilità persa anche in virtù della sua grave deriva economica.

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[dropcap]M[/dropcap]entre l’Europa tenta di trovare un proprio ruolo nell’area mediterranea, l’Egitto torna ad essere al centro dell’attenzione internazionale per l’instabilità politica determinatasi a seguito della caduta di Morsi. Dopo che i frutti della rivoluzione del 2011 sono stati progressivamente catalizzati dai Fratelli Musulmani, in virtù della vittoria delle elezioni presidenziali, la situazione interna al Paese è progressivamente deteriorata, sfociando in un colpo di stato compiuto dall’esercito che sembra aver trovato, per il momento, l’appoggio della popolazione. A questo punto si apre agli occhi dei vicini occidentali un dilemma di non facile soluzione. Si tratta infatti di capire da quale parte stiano le reali istanze del popolo egiziano e quale sia il corretto approccio per ‘comunicare’ con un Egitto in continua evoluzione.

La rivolta egiziana contribuisce a rompere un paradigma radicato in Occidente, quello dell’infallibilità elettorale, in base al quale il risultato delle urne è un elemento fondamentale – e dunque immutabile – della vita statale. Tuttavia, come era già avvenuto nel 2006 a Gaza, nelle realtà politiche in cui la democrazia inizia a germogliare spesso le urne forniscono un risultato opposto a quello previsto – o meglio, auspicato. Ciò che avviene oggi in Medio Oriente, in certo modo, si è già verificato in Europa nella prima metà del Novecento. Se da un lato questo apre a dissertazioni di carattere giuridico, in base alle quali non vi è ragione per boicottare un governo legittimamente giunto al potere, dall’altro non sono poche le voci di chi contesta il risultato elettorale in virtù di ipotetiche pressioni o ‘negozi clientelari’ esercitati dalla Fratellanza Musulmana. Sembra chiaro, tuttavia, che i margini per le elucubrazioni siano molti ristretti e che anzi sia necessario passare quanto prima all’azione per favorire un processo di transizione il meno traumatico possibile: è infatti interesse condiviso che la regione ritrovi un proprio equilibrio.

In questo senso il ruolo dell’Europa potrebbe essere decisivo. Accompagnando ad un’azione politica l’erogazione di aiuti finanziari, il Vecchio Continente potrebbe aiutare l’Egitto a ritrovare una stabilità persa anche in virtù della deriva economica del Paese. Economia che, peraltro, è caratterizzata da elementi strutturali che rendono difficile un rilancio interno. Tra questi, il peso dell’industria turistica, che adesso risente dell’instabilità politica; una solida tradizione di alti sussidi pubblici, ma che non generano effetti positivi in termini di occupazione; un elevato grado di controllo dell’esercito sull’economia. I suddetti fattori rendono assai limitati gli spiragli per una imminente ripresa. L’Europa, d’altro canto, potrebbe avere ruolo più incisivo attraverso l’Unione per il Mediterraneo, entità creata nel 2008 dal Processo di Barcellona su impulso francese, e che negli ultimi anni poteva essere una carta assai efficace nell’avvicinarsi alla Primavera Araba. Per trovare una maggiore influenza nella regione, l’UpM ha però bisogno di una rinnovata fiducia e di uno slancio in termini di capacità d’azione.

A ben vedere, invece, quel che si percepisce è un senso di spaesamento vissuto dai governi occidentali, che sembrano non essere in grado di comprendere quale sia il cammino verso cui si dirige l’Egitto. Beninteso, riuscirci non è affatto facile e lo scenario regionale certo non contribuisce a rendere più lucido il quadro: infatti, la situazione in Siria diventa man mano più esplosiva, e rischia di essere l’oggetto di un aspro scontro tra l’Occidente e la Russia che ha in Damasco, sin dal finire degli anni settanta, l’unico partner incisivo in Medio Oriente.

In definitiva, dall’Occidente provengono segnali di apertura verso un Egitto maggiormente laico, che sia in grado, però, di dotarsi di un sistema democratico stabile e credibile. Ad oggi, tuttavia, sembra essere proprio questa scelta di mediazione la sfida più grande fronteggiata dal Cairo. In un tale scenario, segnato dalla fluidità e dal rincorrersi degli eventi, gli interrogativi degli europei, forse, sono identici a quelli degli stessi egiziani.

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Il Corridoio Sud nello scacchiere energetico europeo

Il Corridoio Sud, questo il nome del progetto che punta ad aprire una nuova rotta di transito in Europa, è di estrema rilevanza per la politica energetica europea; il gasdotto permetterebbe infatti di collegare i Paesi produttori del Mar Caspio al mercato europeo, bypassando la Russia e aumentando gioco-forza la diversificazione energetica di Bruxelles, nonché il ruolo strategico dei Paesi di transito.

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[dropcap]C[/dropcap]’è grande attesa per la decisione, prevista per la fine di questo mese, del consorzio Shah Deniz sulla scelta del gasdotto che trasporterà il gas del Mar Caspio nel mercato europeo. Il Corridoio Sud, questo il nome del progetto che punta ad aprire una nuova rotta di transito in Europa, è di estrema rilevanza per la politica energetica europea; il gasdotto permetterebbe infatti di collegare i Paesi produttori del Mar Caspio al mercato europeo, bypassando la Russia e aumentando gioco-forza la diversificazione energetica di Bruxelles, nonché il ruolo strategico dei Paesi di transito. Il gas, proveniente prevalentemente dal giacimento azero Shah Deniz II, è conteso da due diversi progetti: il gasdotto Grecia-Albania-Italia, o Trans Adriatic Pipeline (TAP), con punto di arrivo in Puglia, e il Nabucco West, una versione ridotta del più conosciuto progetto Nabucco, la cui estensione è limitata al tratto dalla Bulgaria alla località austriaca di Baumgarten, già hub energetico.

La rilevanza del Corridoio Sud è tale che una mappatura degli interessi in gioco risulta necessaria per comprendere l’impatto della decisione del consorzio sugli attori principali; un’esigenza motivata anche dalla presenza in prima linea dell’Italia, che si gioca l’opportunità di diventare l’hub energetico dell’Europa sud-occidentale.

Dal punto di vista economico, i vantaggi del TAP sono noti: pur garantendo la medesima capacità iniziale del Nabucco West, pari a 10 miliardi di metri cubi (bcm), questo gasdotto è più corto e meno costoso e con una struttura manageriale più snella. Può inoltre vantare la presenza nel suo azionariato di Statoil, una delle compagnie facenti parte del consorzio che prenderà la decisione finale sulla rotta di esportazione.

Tuttavia, dal punto di vista politico, Nabucco West ha importanti carte da giocare. Nonostante infatti entrambi i progetti del Corridoio Sud puntino al miglioramento della sicurezza energetica europea, la direttrice nord-orientale contribuisce a ridurre la dipendenza dalle forniture russe dei Paesi  dell’Europa sud-orientale, che mostrano ancora una forte vulnerabilità energetica da Mosca dai chiari risvolti politici. Il TAP, invece, favorisce i Paesi europei del sud, l’Italia in particolare che già diversifica le proprie forniture tramite il gas proveniente dai Paesi del Nord Africa e del Medio Oriente; inoltre, avendo accesso al mare, questi Paesi possono contare sul contributo del GNL per diversificare ulteriormente il proprio mercato energetico, in vista anche di potenziali esportazioni future di shale gas statunitense.

Per tali ragioni, il Nabucco ha storicamente vantato il forte supporto politico da parte degli Stati Uniti. Nonostante l’amministrazione Obama abbia preferito assumere una linea più neutrale rispetto ai suoi predecessori, all’interno del Congresso stanno riprendendo spazio diverse voci che spingono il governo a prendere una posizione più schierata sulla vicenda del Corridoio Sud. Non potendo vantare alcuna partecipazione di compagnie americane nel progetto, è evidente che l’interesse di molti a Washington per il Corridoio Sud non sia di natura commerciale ma squisitamente politica: preferire la direttrice nord-orientale significherebbe, infatti, aumentare la competizione energetica nell’area balcanica, riducendo il potere di ricatto di Mosca e accrescendo di conseguenza il potere negoziale e la stabilità interna dei Paesi NATO interessati.

Russia e Cina sono invece su tutt’altro fronte. Pechino punta ad avere accesso alle risorse naturali del Mar Caspio in competizione con l’UE; un primo successo lo ha ottenuto con l’avvio della costruzione della Central Asia-China gas pipeline che le permette di collegarsi al Kazakhstan, all’Uzbekistan e al Turkmenistan. Pur non essendo riuscita nell’intento di persuadere l’Azerbaijan a vendergli il proprio gas, il rafforzamento della presenza cinese nel Caspio aumenta la competizione nell’area e può rappresentare una minaccia ad un eventuale potenziamento del flusso di gas caspico in Europa.

La Russia non sembra rinunciare alla sua posizione di major player nella regione e sta facendo le sue mosse per tenere sotto scacco i diversi attori in gioco. Gli sviluppi degli ultimi mesi possono essere interpretati come parte di una strategia volta a mantenere la propria influenza energetica nell’area. Da una parte, l’abbandono del progetto di un braccio meridionale del South Stream, con un percorso similare alla rotta del TAP, sembra aumentare la competitività di quest’ultimo e ad indebolire il progetto Nabucco; dall’altra, le pressioni russe sulla Grecia per comprare gli asset delle due compagnie energetiche nazionali DEPA e DEFSA, gli stretti contatti intrapresi con BP (maggior azionista del consorzio Shah Deniz) sulla possibile costruzione di un terzo braccio del gasdotto North Stream in Gran Bretagna, e le minacce alla Turchia di eventuali ritorsioni, quali tagli alle forniture, non appena sarà operativo il collegamento con l’Azerbaijan tramite il gasdotto TANAP, fanno piuttosto pensare ad un piano russo di influenza indiretta sulle scelte energetiche del consorzio azero e di mantenimento del proprio ruolo dominante nel mercato europeo.

L’Europa, dal canto suo, ha preferito un atteggiamento sostanzialmente equidistante tra i due progetti, con la decisione della Commissione di riconoscere ad entrambi l’esenzione alla clausola di third party access. Addirittura, il Commissario UE all’Energia Oettinger ha sostenuto recentemente la possibilità di coesistenza dei due gasdotti che, pur in tempi diversi, potrebbero giungere in ogni caso a realizzazione. Incertezze dal lato dell’offerta e da quello della domanda rendono questa possibilità ancora lontana, soprattutto in vista degli sviluppi di altri progetti nell’area. Da questo punto di vista, il vero competitor di Nabucco West sembra essere il gasdotto russo South Stream che, pur facendo affidamento su diverse forniture di gas, coinvolge gli stessi Paesi di transito e quindi gli stessi mercati finali.

In questo contesto, l’Italia non dovrebbe perdere quest’opportunità, che le permetterebbe non solo di accrescere il proprio ruolo strategico nell’UE, divenendo uno snodo cruciale per il transito di gas nell’Europa sud-occidentale, ma anche di aumentare la sicurezza della propria politica energetica, riducendo la dipendenza dalla forniture russe.

Nel frattempo, nella zona di Melendugno (LE), punto di arrivo del gasdotto, si è già costituito un comitato No-Tap, a riprova di come l’elevata sfiducia delle popolazioni locali sui progetti infrastrutturali energetici e sulle Istituzioni che li promuovono travalichi spesso le questioni internazionali e di sicurezza nazionale. La mancanza di processi di dibattito pubblico istituzionalizzati, che garantiscano il coinvolgimento delle parti interessate e incoraggino un confronto interattivo orientato al decision-making, resta una delle maggiori sfide che l’Italia deve affrontare. Rinunciandovi, non si fa altro che alimentare uno scontro manicheo tra posizioni inconciliabili il cui unico esito finale è lo stallo decisionale; una situazione che rischia di incoraggiare la fuga degli investitori esteri e fonte di possibile rilancio economico per l’Italia.

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I negoziati in Kosovo: quale futuro?

La situazione della sovranità kosovara, che tocca nervi scoperti nel complesso panorama diplomatico degli stati della ex Jugoslavia, rimane ancora centrale.

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Prishtina wake up

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[dropcap]G[/dropcap]li osservatori internazionali saranno sollevati dalla prospettiva di un accordo senza precedenti sulla questione del Kosovo; le misure da adottare, però, rischiano di risolvere alcune questioni (per il momento) e generarne altre. Ci sono state concessioni notevoli da parte dei serbi, che però continuano a non riconoscere ufficialmente l’indipendenza del Kosovo; ma l’accettazione delle autorità kosovare di confine indica la tendenza verso un riconoscimento de facto. Al primo ministro serbo Ivica Dačić va dato atto del tentativo di migliorare le relazioni tra Belgrado e Pristina, probabilmente a fronte dello stallo diplomatico, dell’instabilità politica e delle mancate opportunità economiche tra i due Paesi.

Un eventuale accordo prevedrebbe la presenza di ‘municipalità serbe’, relativamente autonome, nelle regioni a nord del Kosovo dove si concentra la maggioranza serba. In cambio, Dačić cederebbe a Pristina la giurisdizione sui serbi kosovari, smantellando le istituzioni statali parallele supportate da Belgrado. Pur mantenendosi influenti nelle regioni del nord, di fatto i serbi rinuncerebbero al controllo formale sul Kosovo. E se anche le parole usate rimangono forti, la delegazione di Dačić, in modo lento ma inesorabile, sembra voler abbandonare ogni pretesa sul territorio (arrivando a definire ‘una menzogna’ il fatto che il Kosovo fosse mai appartenuto ai serbi).

Un riconoscimento de facto appare il presupposto su cui si baseranno i rapporti tra Belgrado e Pristina. È invece da scartare l’ipotesi che la Serbia (e per estensione la Russia) sia disposta a riconoscere l’indipendenza del Kosovo in maniera ufficiale; almeno, non avverrà nel breve termine, poiché la questione è politicamente molto sensibile a livello sia locale che internazionale. Il riconoscimento de facto potrà costituire un successo relativo, se gli accordi presi riusciranno a stabilizzare la situazione del Kosovo e dell’intera regione balcanica.

Ma le implicazioni a breve e lungo termine sono comunque dietro l’angolo; per prima cosa, c’è da chiedersi per quanto tempo questo status possa risultare sufficiente. Se per il Kosovo un riconoscimento de facto è comunque un passo avanti, non sarebbe in ogni caso equiparabile ai vantaggi di cui godrebbe come stato indipendente: al Kosovo, riconosciuto come tale da appena 98 membri delle Nazioni Unite, alla lunga potrebbe non essere sufficiente l’ombrello di sicurezza garantito dalla NATO e dall’ONU. Nemmeno l’Unione Europea ha un approccio unanime sulla questione: per una serie di ragioni politiche, a negare al Kosovo il riconoscimento formale sono Spagna, Grecia, Romania, Slovacchia e Cipro. Sebbene sembri azzardato affermare che l’adesione all’Unione Europea rappresenti oggi, per i Paesi balcanici, un’irresistibile conquista, il ruolo ricoperto recentemente dalla stessa nella regione è stato dirimente. Poiché è probabile che nel giro di una decina d’anni la maggior parte di questi Paesi diventerà membro dell’Unione Europea, il Kosovo, non ancora formalmente indipendente, potrebbe rimanerne escluso e risultare ulteriormente svantaggiato.

Per di più, il sistema delle municipalità ha immediatamente attirato l’attenzione di varie minoranze all’interno di altri stati: richieste simili a quelle serbe sono state avanzate dai gruppi di etnia albanese nel sud della stessa Serbia. Per alcuni, la soluzione sarebbe addirittura lo scambio di territori e popolazioni, sebbene quest’opzione non sia stata presa seriamente in discussione. Inoltre, un accordo sul Kosovo arriverebbe in un momento particolarmente problematico per la Bosnia-Erzegovina, composta dalla Repubblica Serba (da non confondere con la Repubblica di Serbia) e dalla Federazione Croato-Musulmana di Bosnia: Milorad Dodik, presidente della Repubblica Serba, ha richiesto che, all’interno dell’altra entità territoriale del Paese, le municipalità a maggioranza serba potessero essere autonome. Tali pretese sono state respinte dalle autorità; ma non sarà facile tenere a bada i gruppi minoritari se le politiche adottate in casi simili saranno tanto diverse.

La situazione della sovranità kosovara, che tocca nervi scoperti nel complesso panorama diplomatico degli stati della ex Jugoslavia, rimane ancora centrale. Così, se ogni progresso diplomatico ed economico è auspicabile (il Kosovo ha ancora il PIL e il PPA più bassi tra i Paesi della regione balcanica), non sarà di certo un semplice accordo a risolvere, una volta per tutte, l’intricato groviglio di questioni irrisolte.

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Articolo tradotto da Antonella di Marzio

Articolo originale: Kosovo Talks: Progress Now, Problems Tomorrow?

Photo Credit: Agroni

Le gambe corte dell’Unione Europea

Sarebbe auspicabile che i Ministri della difesa europei prendessero in attenta considerazione la possibilità di duplicare le proprie capacità, mantenendo distinte le ventisei industrie nazionali della difesa e consolidandole in maniera appropriata.

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[dropcap]I[/dropcap]n un recente articolo pubblicato sul Financial Times Philip Stephens ha sostenuto che gli europei hanno scoperto l’interventismo proprio nel momento in cui gli Stati Uniti iniziavano ad abbandonarne l’idea. Ciò si è verificato dopo le campagne di terra e aerea francese in Mali e dopo la battaglia aerea della NATO in Libia. Una linea simile potrebbe emergere anche in Siria a seguito delle dichiarazioni del leader francese e di quello britannico.

Tuttavia, a parte i Tiger e i Typhoon, gli interventi europei hanno avuto sempre una connotazione atlantica. In Mali l’Inghilterra ha fornito alcuni C-17 e lo stesso ha fatto il Canada. Ciò nonostante sono stati gli Stati Uniti a fornire la maggior parte del supporto logistico. L’Air Force statunitense ha impiegato un’ala di C-17 per trasportare a Bamako la maggior parte della terza Brigata Mécanisée. Successivamente, poiché i portavoce del Comando US-Africa provenivano tutti dal mondo diplomatico, il Dipartimento di Difesa ha chiesto alla Francia di saldare i conti (anche se poi le intenzioni di addebitare le spese all’Eliseo vennero meno senza troppi problemi). In seguito, l’Air Force ha accolto la richiesta di fornire tanker aerei a sostegno dell’aeronautica francese.

In Libia il governo di Obama ha adottato una strategia di “guida da dietro”. Iniziato il conflitto, la forza aerea statunitense e il sistema di precision strike ci hanno messo poco a distruggere la contraerea libica. Come è accaduto anche in Mali successivamente, le forze statunitensi hanno sostenuto gli alleati della NATO nel condurre delle campagne contro obiettivi di terra, in particolar modo senza combattimenti diretti. Ciò nonostante non è possibile classificare il conflitto in Libia come un modello per avanzare stime sulla potenza dell’Europa. Nel tentativo di evitare di evitare vittime civili, la NATO ha utilizzato solo munizioni di precisione (precision-guided munitions). Tale scelta ha però causato ingenti problemi alle forze europee giacché la Danimarca ha esaurito le sue scorte e gli altri rischiavano di fare altrettanto. Pertanto gli Stati Uniti sono stati costretti a rifornire i loro alleati attingendo alle proprie risorse. Lo USAF e la Marina hanno continuato a fornire supporto nelle missioni, contribuendo così alla maggior parte della sorveglianza, degli armamenti elettronici e, come nel caso del Mali, al rifornimento.

Pur non essendo queste le capacità di combattimento, ne rappresentano comunque componenti vitali. Nel 2001, il segretario della Difesa statunitense Robert Gates è stato caustico circa le capacità dei membri della NATO di prendere parte alle varie operazioni militari senza il contributo degli Stati Uniti.

Il Military Balance, presentato dall’Istituto Internazionale per gli Studi Strategici, aggiornato a questa settimana (prima settimana di Aprile 2013, ndt), include alcune statistiche che presentano comparazioni sulla difesa. Esso presenta infatti gli inventari dei membri permanenti del Consiglio di Sicurezza dell’ONU e dell’India per diverse categorie di armamenti: stime sulla capacità di proiezione, manovre e così via. A parte il dato palese sulla dominanza degli Stati Uniti sul piano quantitativo, è utile osservare la distribuzione dei blocchi di forze a livello statale. La tabella 1 presenta alcune di queste statistiche che vedono da un lato il Regno Unito e alla Francia, e dall’altro gli Stati Uniti.

Tabella 1: Mezzi di trasporto militari e forze ISTAR, Regno Unito/Francia e Stati Uniti
 

 Trasporto pesante/medio

Cisterne e multi-role tankers

AWACS

Aerei da combattimento†

Regno Unito e Francia

78

49

13

497

Stati Uniti

790

528

104

3232

Fonte: IISS Military Balance 2013

† Include sia l’attacco terreno che la supremazia aerea. I valori relativi agli USA comprendono velivoli di quarta e di quinta generazione.

All’interno di queste categorie logistiche e di supporto, gli Stati Uniti detengono una forza pari a circa dieci volte quella di Regno Unito e Francia insieme. L’unica eccezione concerne i velivoli da combattimento, dove Regno Unito e Francia presentano maggiore potenza di quanto si possa pensare. Tuttavia queste due nazioni registrano una lacuna per quanto riguarda il rapporto di navi cisterna da combattimento rispetto agli Stati Uniti. Il rapporto per gli USA è poco più di sei combattenti per cisterna, mentre poco più di dieci aerei britannici e francesi posso fare affidamento su ogni nave cisterna.

Il fatto che la Francia in Mali e la NATO il Libia abbiano fatto affidamento sull’aiuto degli Stati Uniti per le operazioni aeree, in entrambi i casi distanti diverse ore di volo, indica quanto è lontana l’Europa dall’essere un continente in grado di proiettare la propria forza. Se fosse vero quanto ha scritto Stephens sul Financial Times, e le operazioni in Libia e in Mali rappresentassero davvero i gradini verso interventi europei più partecipati, allora queste lacune dovrebbero essere colmate. Considerando la stagnante economia del continente, è inverosimile poter avere a breve una maggiore disponibilità di fondi. Sarebbe auspicabile invece che i Ministri della difesa europei prendessero in attenta considerazione la possibilità di duplicare le proprie capacità, mantenendo distinte le ventisei industrie nazionali della difesa e consolidandole in maniera appropriata. Il fallimento della fusione tra BAE e EADS nel 2012 ha dimostrato quanto questo sia difficile.

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Articolo tradotto da Valentina Mecca

Articolo originale: The European Union’s Short Legs

Photo Credit: dimnikolov

Serbia e Kosovo, il sottile confine tra verità politica e giuridica

Sono 98 i Paesi aderenti all’ONU, compresi gli Stati Uniti d’America e 22 Stati UE, che riconoscono il Kosovo tradizionale soggetto di diritto internazionale, sotto ogni profilo e a ogni effetto. Diversamente, più della metà degli Stati rappresentati all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite – Serbia, alcuni Stati Membri dell’Unione Europea e tutti i Paesi BRICS – negano un suo riconoscimento formale.

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[dropcap]“O[/dropcap]ggi è una giornata storica, un momento decisivo per il Kosovo e per la regione”. Con queste parole il primo ministro kosovaro, Hashim Thaci, lo scorso 2 aprile, aveva aperto l’ultimo incontro con Ivica Dacic, suo omologo serbo, a Bruxelles. Le trattative, vertenti sullo status della regione settentrionale (“Kosovska Mitrovica” o “Mitrovica”) del neo costituito Kosovo, assumono un valore particolare, tenuto conto del riconoscimento mai avvenuto da parte serba dello Stato kosovaro medesimo.

Proprio attraverso queste trattative, si potrebbe giungere a una nuova epoca per gli Stati coinvolti, per la regione balcanica e per l’Unione Europea (“UE” o “Unione”). Infatti, dallostatus giuridico di Mitrovica, almeno in parte, dipende il riconoscimento serbo di Pristina e da questo, a sua volta, la possibilità di ammissione della Serbia all’Unione.

Il 17 febbraio 2008, le autorità di Pristina, futura capitale, dichiararono l’indipendenza del Kosovo, regione con popolazione prevalentemente albanese, situata nella parte meridionale dello Stato serbo, al confine con Montenegro, Albania ed ex Repubblica jugoslava di Macedonia. Allora, come oggi, il Kosovo beneficia del supporto amministrativo dell’Organizzazione delle Nazioni Unite (“ONU” o “Organizzazione”), come disposto dalla risoluzione n. 1244 del Consiglio di Sicurezza del 1999 (“UNMIK”).

Attualmente, 98 dei Paesi aderenti all’Organizzazione, compresi gli Stati Uniti d’America e 22 Stati UE, riconoscono il Kosovo tradizionale soggetto di diritto internazionale, sotto ogni profilo e a ogni effetto. Diversamente, più della metà degli Stati rappresentati all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite – Serbia, alcuni Stati Membri dell’Unione Europea e tutti i Paesi cdBRICS – negano un suo riconoscimento formale.

Kosovska Mitrovica e, dunque, le trattative di martedì scorso appaiono determinanti per lo sblocco dei negoziati, in atto dal 2008, tra Belgrado e Pristina. Infatti, sebbene il Kosovo sia in maggioranza popolato da comunità albanesi, rappresentati circa il 90% della sua popolazione totale, le comunità serbe sono presenti e si concentrano nell’area settentrionale del neo Stato, in prossimità di quello serbo.

Una soluzione relativa a suddetta regione, potrebbe rivelarsi decisiva ai fini del riconoscimento serbo dell’intero Kosovo. Ciò comporterebbe almeno due rilevanti conseguenze. In primo luogo, verrebbe meno un notevole impedimento per l’ammissione serba all’UE e, quindi, per la possibilità di ulteriore allargamento di quest’ultima nella regione balcanica. In secondo luogo, l’azione serba potrebbe indurre altri Paesi a concedere quel riconoscimento politico fino a oggi negato e rappresentare una chance per l’affermazione di vecchi e nuovi equilibri internazionali.

Le trattative e, dunque, il riconoscimento assumono valore prettamente politico. Infatti, da un punto di vista giuridico, è prevalente l’orientamento che individua come elementi essenziali, per la costituzione del nuovo Stato, i cd. criteri di Montevideo.[1] Lo Stato, per essere tale, deve soddisfare precisi requisiti, con riguardo alla popolazione, al territorio e al governo, nonché alla capacità di instaurare delle relazioni giuridicamente rilevanti con altri soggetti di diritto internazionale.

A sostegno di quanto sostenuto dalla prevalente dottrina di diritto internazionale, in passato, è intervenuta la stessa Corte Internazionale di Giustizia (“Corte”). In particolare, già nel parere del 22 luglio 2010, la Corte non riconobbe alcuna violazione del diritto internazionale nell’unilaterale dichiarazione d’indipendenza ma, d’altra parte, neppure si espose per validarne il contenuto.

In seguito, si presentarono alla comunità internazionale nuovi casi, con simile oggetto, che confermarono quanto ritenuto dall’orientamento giuridico prevalente (rilevano, di recente, i casi di dichiarazione d’indipendenza della regione del Mali, Azawad, il 6 aprile 2012 e delriconoscimento della Palestina, in seno all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, il 29 novembre scorso), ossia la natura dichiarativa e non costitutiva del riconoscimento.

Sebbene, dunque, il riconoscimento serbo del Kosovo assuma valore prevalentemente politico e in nessun caso costitutivo, continua ad apparire estremamente rilevante per diversi attori ed equilibri.

Martedì 9 aprile, la Serbia ha infine annunciato di non essere disposta a sottoscrivere le proposte avanzate dalle autorità di Pristina, in accordo con l’Unione, in riferimento a Kosovska Mitrovica. Le proposte, infatti, non terrebbero in alcun modo conto degli interessi nazionali serbi, secondo Belgrado. Le trattative continueranno, nelle prossime settimane e nei prossimi mesi, ma dovranno essere altresì considerate le pretese serbe: autonomia esecutiva e amministrativa di Mitrovica, in materia di sicurezza, di polizia e di giustizia.

Nonostante i primi, immediati, segnali di disappunto da Bruxelles, si attendono i formali rapporti della Commissione europea e le considerazioni di Catherine Ashton dinnanzi al Consiglio Affari Esteri, rispettivamente il 16 e il 22 aprile prossimi. È ragionevole ritenere che, almeno da un punto di vista politico, in quelle occasioni verranno prese posizioni non soltanto in riferimento alle relazioni serbo-kosovare, ma anche ai futuri programmi di allargamento dell’Unione e dei rapporti di quest’ultima con l’intera comunità internazionale.[2]

[toggle title=”Note”]

[1] Sanciti con l’omonima convenzione del 1934, sono oggi pacificamente ritenuti appartenenti al diritto internazionale consuetudinario.

[2] Si ricordi che la mediazione dell’Unione Europea, nei rapporti tra Kosovo e Serbia, è stata accolta e incoraggiata dalla comunità internazionale mediante la risoluzione dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite n. 10980 del 9 settembre 2010.

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Photo Credit: Aardvark EF-111B

 

Up Patriots To Turkey

NATO, Siria e Turchia: prove tecniche di guerra contemporanea.

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erdogan

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[dropcap]S[/dropcap]taranno arrivando in queste ore, via posta o in kit di montaggio, i quattrocento soldati che la Turchia ha chiesto alla NATO, di cui è membro dal 1952, per difendersi dal nervosissimo Assad. Con i militi giungerà anche una batteria di missili chiamati solennemente “patriot”, anche se non si capisce bene quale sia questa Patria evocata, tanto disparato e multiforme è l’universo-NATO.

Una delegazione è andata in gita –tutto spesato, ça va sans dire– fino alla base militare che ha il poco simpatico nome di Malatya, nel sud del Paese, verso il confine con la Siria, proprio quello che la Turchia vuol proteggere con questi missili nuovi di zecca (ma saranno davvero nuovi, questi missili, o c’è il rischio che siano invece fondi di magazzino della guerra fredda?).

Rasmussen, il segretario generale dell’allegra combriccola (il prossimo, tenetevi forte, sarà l’ineffabile, immarcescibile Franco Frattini) lo aveva annunciato a fine novembre: la NATO autorizzerà la spedizione e i patriottici missili, forniti da Stati Uniti, Olanda e Germania –che ci mette anche i suoi efficientissimi quattrocento prussiani- giungeranno in Turchia e saranno installati nelle province di Gaziantep e Sanliurfa.

Gli States, galvanizzati non si sa perché ad ogni tiro di schioppo, ad ogni colpo di mortaretti, hanno allarmato le portaerei e i velivoli della loro base di Incirlik.

Qualche riflessione emerge sua sponte, sollevata da certe congiunte leggi della fisica e della teoria delle relazioni internazionali. Anzitutto, la Turchia, che esce fuori da due faticosi decenni di tira e molla con una confusa Unione Europea, si è definitivamente rassegnata e anzi trova oggi vantaggioso lasciar perdere la questione dell’adesione ad un continente impoverito e in grave difficoltà.

Ma Erdogan, che i suoi detrattori tacciano di sultanismo, nonostante lui stesso richiami costantemente la grande tradizione ottomana, s’interroga oggi sempre di più su quale sia e debba essere in futuro il ruolo della Turchia nel contesto geopolitico euro-asiatico. E’, questa Turchia, al netto d’ogni considerazione, una potenza insoddisfatta e ambiziosa, nostalgica d’antichi fasti e bramosa di nuovi trionfi.

La sua solidità economica e sociale (se si escludono periodiche scaramouches col PKK), il suo prestigio internazionale, la considerazione di cui gode a cavallo tra Oriente e Occidente – gli uni ne apprezzano la parvenza di democrazia e laicismo, gli altri il suo essere irriducibilmente baluardo della tradizione levantina e musulmana- le concedono poteri speciali.

Compreso quello di fare la guerra, o almeno di assestare colpi decisivi a potenze deboli e discusse come la confinante Siria – la fine della guerra civile, dopo il vasto riconoscimento internazionale alla sua opposizione, tarda ad arrivare- o il temibile Iran – che conferma oggi di dover continuare “per forza” il processo d’arricchimento dell’uranio, per scopi pacifici, of course.

Ma quali saranno le ripercussioni sugli equilibri mondiali dopo che, in barba ad ogni rassicurazione, la Turchia farà esplodere i missili che le sono stati patriotticamente ceduti dalla NATO?

E’ infatti sicuro, e la Turchia l’ha dimostrato nelle scorse settimane, che non si farà scrupolo di rispondere massicciamente ai petardi gettati dall’altra parte della linea di confine.

Ci si troverebbe davanti all’incresciosa situazione di un Occidente che arma una potenza inquieta ed innesca la polveriera medio-orientale; tenendo conto del fatto che Mosca ha già iniziato a tuonare contro la decisione della NATO di rafforzare il confine meridionale turco, saremo costretti nei prossimi mesi ad interrogarci nuovamente sul ruolo e sul significato dell’Alleanza Atlantica che, per legittimare la sua utilità fuori tempo massimo, deve di tanto in tanto fomentare la rissa e costruirsi un nemico.

Battiato qualche anno fa cantava “Up patriots to arms, engengez-vous!”.

La guerra contemporanea mi butta giù.

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Photo Credit: osipovva

Tre Matrimoni Ed Un Funerale: Lo Strano Caso Del Separatismo Europeo

La frammentazione degli stati-nazione avviene solo a causa di chiare ed inconciliabili differenze, che emergono tra gruppi nazionali. Pertanto, nell’ambito della recente ondata secessionista europea, il Belgio sembra essere l’unico paese davvero prossimo a dividersi. 

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Da quando Barack Obama è stato rieletto alla presidenza statunitense, la Casa Bianca ha ricevuto da vari Stati – perlopiù dal Texas – numerose petizioni separatiste, per un totale di oltre 100.000 firmatari; i quali hanno dichiarato di sentirsi lesi nei propri diritti di cittadini americani. Se in questo caso, presumibilmente, a parlare è solo la mancata accettazione della sconfitta elettorale, resta significativa la riproposizione dell’idea secessionista, che attualmente sta prendendo piede soprattutto in Europa.

Nel mese di settembre, circa un milione di catalani hanno marciato per le strade di Barcellona, reclamando una maggiore autonomia per la loro regione ormai sull’orlo della bancarotta. Il Belgio sembra essere orientato verso la separazione tra la regione fiamminga e quella francese, i cui gruppi nazionali dividono il paese dal punto di vista economico e culturale. Nel frattempo, pare che il Regno Unito abbia le ore contate: scozzesi ed inglesi hanno fissato al 2014 il referendum per l’indipendenza scozzese. Intanto il Sud Tirolo, forte della sua matrice germanica, ventila l’ipotesi di uno stato indipendente, così da eludere il cosiddetto “regime fiscale” imposto da Roma. Sembra dunque sia ancora d’attualità l’adagio “Se non ti piace (la tal nazione), puoi sempre andar via”.  Non è però chiaro dove porterà quest’ansia da separazione, e quali siano le prospettive per le nuove nazioni – sempre che riescano a formarsi. La storia ci dimostra che raramente una nazione è riuscita a smembrarsi pacificamente: infatti, a determinare quasi tutte le separazioni nazionali sono intervenute guerre civili o il crollo di regimi autoritari. Passando in rassegna il panorama globale, ci si rende conto di come gli esempi contrari siano piuttosto rari: uno di questi è la Cecoslovacchia, che riuscì a dividersi pacificamente tra Repubblica Ceca e Repubblica Slovacca.

Così come in qualsiasi matrimonio problematico, una separazione nazionale va ponderata indagando le cause del problema; e tentando poi di prevenire ripensamenti immediati, o a lungo termine, delle parti in causa. Generalmente, la frammentazione degli stati-nazione avviene solo sulla base di chiare ed inconciliabili differenze, che emergono tra gruppi nazionali: per questo motivo, molte delle secessioni avvengono in maniera violenta.  Nei predetti casi, però, ad istigare sentimenti separatisti è stata piuttosto la crisi finanziaria del 2008, e la ricerca di cause e responsabilità che ne è conseguita. Se i motivi della crisi sono ben noti, così come gli effetti a catena del contagio, in molti casi la cura appare dannosa quanto la patologia. Si prendano, in primo luogo, le misure di austerity che hanno tentato di attuare i governi europei: queste, hanno innescato proteste in tutto il continente,  poiché il cittadino medio si è sentito il capro espiatorio della cupidigia delle banche e dell’incompetenza dei governi. Le politiche incentrate sul rigore hanno inoltre fomentato sentimenti di insofferenza nei confronti di determinate classi sociali o gruppi linguistici ed etnici, che sembrano immuni (e in alcuni casi, beneficiari) rispetto al contesto generale.

È di questa insofferenza che si nutrono i sentimenti separatisti. La popolazione si sente tradita e non più in sintonia con i propri governi nazionali; nella ricerca di sicurezze, si rivolge a strutture regionali o locali, la cui coesione è cementata attraverso legami storici, culturali e linguistici. Una volta sviluppatesi, le tendenze separatiste minacciano la stabilità del governo nazionale, su cui cercano di far pesare in maniera determinante i relativi problemi locali, regionali o culturali. Sfortunatamente, per questo tipo di interessi le interconnessioni globali si configurano in maniera complessa: è per questo che decisioni e minacce separatiste hanno un impatto che va molto al di là degli scopi prefissati.

Molti reputano che il processo di istituzione di una nazione avvenga in maniera relativamente semplice. Certo, bisogna indire un referendum, negoziare accordi di separazione e dichiarare l’indipendenza; ma non si tratta di un processo così lineare. Ad esempio, la regione che si separa potrebbe non condividere accordi multilaterali firmati dallo stato di cui faceva parte. Nel caso dell’Europa, ciò potrebbe tradursi in una fuoriuscita dall’Unione, dall’euro e da altre organizzazioni comunitarie. Altre questioni riguardano il trasferimento di parte del debito nazionale: come si divide un debito governativo? Che formule si devono usare? Praticamente ogni decisione – dall’immigrazione all’ambiente, dalla difesa all’economia – dovrebbe essere rimessa in discussione, attraverso la ricodifica di prassi e accordi pre-esistenti.

Questo ci riporta ai disordini europei: da uno sguardo oggettivo, non sembra che i pronostici siano favorevoli alle potenziali soggetti statuali. Detto francamente, le proteste in Spagna rivendicano, più che altro, la richiesta di maggiori concessioni fiscali e autonomia nella gestione di bilancio, come già avviene per i Paesi Baschi; ma difficilmente la Catalogna – che, come il resto della paese, è sull’orlo della bancarotta – avrebbe la possibilità di sopravvivere come stato autonomo.  Stesso discorso per quanto riguarda le velleità separatiste del Sud Tirolo, che piuttosto mira ad ottenere modifiche costituzionali di tipo fiscale. Infatti, il governatore della regione, che non esita a definire i propri cittadini come “passeggeri di prima classe” della nave italiana, è consapevole che, un eventuale nuovo stato tra le Alpi (composto da poco più di 500.000 abitanti) riuscirebbe difficilmente a mantenersi economicamente competitivo. Passando alla Scozia, le proiezioni più recenti, a circa due anni dalla data fissata per il referendum, indicano un misero 28% tra coloro favorevoli alla secessione: l’attuale primo ministro Alex Salmond, quindi, dovrà darsi molto da fare per intervenire su quel sostanzioso 53% di contrari. In un panorama del genere, il Belgio rimane l’unica nazione a dimostrare sentimenti separatisti credibili.  Il vuoto governativo della nazione, durato quasi due anni, è stato colmato solo da una coalizione di sei partiti; in seguito, durante le elezioni locali, il leader separatista Bart De Wever è stato eletto sindaco di Anversa.  Ciò potrà costituire la fase iniziale della resa dei conti prevista per il 2014, data in cui le elezioni amministrative, molto probabilmente, decideranno del futuro del Belgio.

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Articolo tradotto da: Antonella Di Marzio

Articolo originale: European Separatism: Three Weddings & A Funeral

Photo Credit: imcountingufoz

Gli Stati Uniti Tra Antiche Sfide E Nuovi Dilemmi Geopolitici

Barack Obama dovrà decidere con attenzione il ruolo da assegnare agli Stati Uniti nei prossimi quattro anni, dato che attualmente Cina, Europa, e le altre potenze regionali non sembrano disponibili ad un maggior coinvolgimento nella gestione delle aree più critiche del pianeta.

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L’ elezione di Barack Obama, come 45esimo Presidente degli Stati Uniti, merita una riflessione approfondita sull’impatto che la nuova amministrazione avrà sulla politica internazionale. I prossimi quattro anni, in effetti, preannunciano su questa linea una molteplicità di sfide e veri e propri rompicapi, i cui epiloghi potrebbero condurre ad uno scenario globale completamente stravolto rispetto agli adagi tradizionali. Il complesso rapporto con l’Europa, la difficile situazione mediorientale, l’incognita cinese e le nuove attenzioni rivolte al Pacifico rappresentano le più urgenti questioni che la nuova amministrazione dovrà affrontare.

Una comprensione più approfondita delle relazioni transatlantiche nel corso dell’ultimo anno, rivela come il vecchio continente sia quanto mai centrale nelle valutazioni strategiche di Obama. Infatti, contrariamente alle opinioni di alcuni osservatori continentali, il presidente americano ha già dimostrato nel mese di giugno, quando la crisi economica spingeva l’unione monetaria europea e la Grecia verso un inevitabile tracollo, di temere la destabilizzazione della fragile e lenta ripresa americana.

La reazione di disappunto, maturata a livello europeo, ha posto in discussione la partnership privilegiata che lo stesso Obama aveva ridefinito come essenziale all’indomani della sua elezione nel 2008. Come preconizzato a maggio dall’ex Presidente del Consiglio italiano Giuliano Amato, l’Europa e le sue scelte di politica economica sarebbero diventate decisive nella corsa alla Casa Bianca. Allo stesso modo, seppur da prospettive differenti, l’argomento “Unione Europea” non è stato trascurato neanche da Mitt Romney nel corso della campagna elettorale. Hanno colpito, infatti, le parole dello sfidante repubblicano, secondo cui gli Stati Uniti avrebbero rischiato di precipitare nella disastrosa situazione economica di Italia e Spagna qualora Obama avesse ottenuto un nuovo mandato. Nel bene o nel male, la questione europea è stata centrale per la rielezione del candidato democratico, come ha dimostrato il successo ottenuto da quest’ultimo in Ohio, teatro del piano di salvataggio statale di Chrysler e della partnership con FIAT. Anche per queste ragioni è lecito pensare che il rieletto Presidente porrà maggiore attenzione alla stabilità della moneta unica, quale pilastro fondamentale per l’interdipendenza economica e finanziaria. In ogni caso, è fuori discussione che tali attenzioni si riflettano in un rapporto euro-atlantico basato sulle stesse stringenti logiche di cooperazione risalenti alla guerra fredda.

Per quanto riguarda la situazione mediorientale, la posizione diplomatica della Casa Bianca rimane ancora incerta e non definita. Considerato un consequentialist da Ryan Lizza, in virtù di un approccio a cavallo tra il realismo di John Quincy Adams e l’idealismo di George W. Bush, Obama ha suscitato le reazioni piccate di Israele a causa della gestione della primavera araba. Infatti, pur adottando una politica di dialogo con Iran ed Egitto, il presidente americano ha comunque anteposto gli interessi di sicurezza americani a quelli di altri paesi. Questo atteggiamento ha creato confusione a livello diplomatico e tensione con Gerusalemme, soprattutto in seguito alle posizioni di apertura di Obama verso il presidente egiziano Mosri, e a quelle mostrate con Teheran riguardo ai negoziati sul nucleare. In un articolo di Helene Cooper sul New York Times, è stato rilevato come i rapporti Washington-Teheran siano stati caratterizzati da un inedito accordo sullo sfruttamento dell’energia nucleare. Per questo motivo, anche a Teheran si fremeva per la rielezione di Obama, considerato un interlocutore affidabile e comprensivo delle esigenze nazionali.

Infine, l’ascesa della Cina a protagonista della scena internazionale. Durante la campagna elettorale, il candidato democratico ha mantenuto una posizione piuttosto ambigua, improntata al dialogo con un interlocutore globale da un lato, e di risolutezza verso le scelte economiche di Pechino dall’altro. Risalta, pertanto, il richiamo effettuato a marzo dal presidente americano, che invitava Pechino ad adottare un comportamento più rispettoso delle regole del commercio internazionale. La futura strategia americana verso la Cina, pertanto, appare caratterizzata da un approccio attendista e di neutralità rispetto a questioni interne che stanno pian piano turbando la tranquillità politica del gigante asiatico. Infatti, l’economia cinese, sta subendo un lieve ma inevitabile rallentamento, cui si associano l’irrisolta questione tibetana, i casi di corruzione all’interno del Partito comunista cinese e la richiesta sempre più pressante di diritti civili e sociali.

L’atteggiamento del rieletto Presidente, dettato da un maggiore interesse alle questioni interne, sembra condurre ad uno scenario geopolitico fortemente balcanizzato con gli Stati Uniti sempre meno coinvolti nei contesti regionali dove sono stati presenti per larga parte del Novecento. Come prospettato da Ian Bremmer, si sta determinando uno “G-Zero World” in cui nessuna potenza mondiale (Stati Uniti e Cina) o gruppi di paesi (UE o BRICS) sono in grado di dettare una chiara agenda politica internazionale, soprattutto per ragioni di ordine economico e politico interno.

Pertanto, il comportamento dell’inquilino della Casa Bianca, incoerente a prima vista, cela una chiara scelta politica di disimpegno, che nell’immediato ha provocato una crisi nei rapporti con Israele, una risposta insufficiente agli interrogativi delle rivoluzioni del mondo arabo, e a un atteggiamento ambiguo e discontinuo nei confronti di Europa e Cina. Nei prossimi mesi sarà particolarmente interessante analizzare l’evoluzione delle relazioni tra Pechino e Washington, da cui dipenderanno i futuri assetti geopolitici. A livello teorico, vi sarebbero almeno quattro possibili scenari: la creazione di un G-2 informale, improntato ad un pacifico rapporto tra le due maggiori potenze; un concerto globale caratterizzato dai differenti interessi economico-politici delle potenze emergenti; la possibilità di una Guerra Fredda 2.0 dettata dalla competizione economica tra le due potenze principali; infine, un contesto internazionale frammentato con scarsa cooperazione multilaterale.

A prescindere dalle suddette ipotesi teoriche, Barack Obama dovrà decidere con attenzione il ruolo da assegnare agli Stati Uniti, dato che attualmente Cina, Europa, e le altre potenze regionali non sembrano disponibili ad un maggior coinvolgimento nella gestione delle aree più critiche del pianeta. Oltre ad una grande attenzione a tutti problemi passati, presenti e futuri, il 45esimo Presidente degli Stati Uniti necessita anche di una buona dose di fortuna nei quattro anni che lo vedranno nuovamente al comando.

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Photo Credit: Wikimedia Commons

 

Il Quarto Reich In Ascesa? Una Risposta (Tedesca) Al Giornale

Nessuno riesce a cogliere gli obiettivi della Germania a livello internazionale: è forse in procinto di attuare piani da grandeur, magari attraverso una strategia egemonica sull’intero continente?

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Nella tempesta scatenata dalla crisi finanziaria internazionale, la Germania ha assunto il ruolo di guida europea, al punto da sembrare l’unica speranza per uscire dall’impasse. Allo stesso tempo vari commentatori temono, arrivando persino a  denunciarlo, la rinascita di un impero tedesco costruito sulle spalle degli altri Stati europei, tramite il coinvolgimento delle istituzioni dell’Unione Europea. In Italia i giornali parlano di Quarto Reich, e i politici nei talk-show chiedono sarcasticamente ai rispettivi colleghi tedeschi se i prossimi cittadini degli Stati Uniti d’Europa saranno biondi e con gli occhi azzurri.

Ampiamente diffuso a livello europeo, tra comuni cittadini e rappresentanti istituzionali, è quel ragionamento secondo il quale “ciò che i tedeschi non hanno ottenuto con i carroarmati nel 1940, lo avranno ora con l’Euro”. Di conseguenza, sembra scontata l’assenza di qualsiasi alternativa alla ferma volontà tedesca di guidare l’Europa. Il Die Zeit, uno dei più noti e diffusi settimanali tedeschi, ha chiesto a studiosi di tutta Europa di descrivere come i propri paesi percepiscano la Germania: uno di questi ha dapprima chiaramente affermato che la Germania intende guidare l’Europa, per poi elencare una lunga serie di comportamenti che, in qualità di potenza egemonica europea, lo stato tedesco dovrebbe e non dovrebbe assumere.

D’altro canto, altri attori denunciano e si lamentano dell’inattività tedesca. Ad esempio, alla fine del 2011 il Ministro degli Esteri polacco Radek Sikorski sostenne: “Probabilmente sarò il primo ministro degli esteri nella storia polacca ad affermarlo, ma non sono spaventato dal potere della Germania, piuttosto dalla sua inattività”. Tale dichiarazione giunse alquanto inaspettatamente da parte di un politico il cui paese aveva sofferto per l’occupazione tedesca durante la Seconda Guerra Mondiale, e la cui la stampa non si era recentemente astenuta dal riecheggiare la cosiddetta “Nazi card”, risalente a quando i due Paesi entrarono in conflitto.

Da ciò si può dedurre l’ambiguità che caratterizza la percezione della politica estera tedesca in Europa, dato che nessuno  riesce a cogliere gli obiettivi della Germania a livello internazionale: è forse in procinto di attuare piani da grandeur, magari attraverso una strategia egemonica sull’intero continente?

Il problema è che, a questi quesiti, nemmeno Berlino saprebbe rispondere. Difatti, dal dibattito politico traspare uno sconcertante disorientamento sulla strategia di politica estera che il governo dovrebbe assumere, al pari, a parte la contingente e temporanea attenzione dedicata dai media, di un netto disinteresse manifestato dai cittadini e dalla classe dirigente tedesca. Manca, quindi, un’elite preparata a riguardo, che sia in grado di ottenere maggior seguito e credibilità. Come se non bastasse, i più importanti esperti di politica estera sono due signori anziani: il giornalista Peter Scholl-Latour, impegnato da oltre mezzo secolo con la rivista ”Oriente”, e l’ex Cancelliere Helmut Schmidt che, dall’alto dei suoi 94 anni caratterizzati da un irrefrenabile tabagismo, è l’esperto di politica internazionale (e quando serve anche di economia).

In effetti, la rilevanza intellettuale e politica di questi due studiosi si può facilmente dedurre dallo spazio dedicato ai loro saggi nelle librerie tedesche, mentre è difficile trovare la stessa quantità di riferimenti bibliografici appartenenti a studiosi più giovani (sebbene questo non significhi che non ve ne siano). In sostanza, ne risulta una politica estera vaga, goffa e mal attuata, nonostante il notevole sforzo della Germania nel coprire le spese di funzionamento delle istituzioni europee (maggior contribuente in assoluto) e partecipando con simile impegno e dedizione ad altre organizzazioni internazionali quali le Nazioni Unite (terzo maggior contribuente nel 2011). A conferma della mancanza di un coordinamento coerente e funzionale della sua politica estera, alle delegazioni tedesche presso tali istituzioni non sono assegnati tutti gli incarichi direttivi che, in teoria, dovrebbero corrispondere ai contributi economici elargiti. Inoltre, mentre i diplomatici tedeschi a New York si battono e promuovono risoluzioni ONU contro il traffico di armi, il governo di Berlino approva massicce vendite di carroarmati Leopard 2 all’Arabia Saudita e agli Emirati Arabi Uniti, tra l’altro nel bel mezzo della Primavera Araba.

La mancanza di una strategia coerente e complessa viene spesso lamentata dai professionisti di politica estera tedeschi (le cause di tali carenze sono talmente varie che meriterebbero un articolo a parte); tuttavia ciò non significa che la Germania non abbia mai avuto dei paradigmi strategici legati al proprio ruolo internazionale. A riguardo, basti citare l’obiettivo nazionale della riunificazione, perseguito da Bonn fino alla fine della guerra fredda, e messo in atto in seguito alle politiche di distensione verso l’Est. Un altro concetto strategico fondamentale della Germania si basa sulla relazione speciale con Israele: risale infatti al 2008 la presa di posizione di Angela Merkel, la quale equiparò ed elevò l’obiettivo della sicurezza di Israele a interesse nazionale.

Altri concetti strategici che caratterizzano l’azione di politica estera tedesca attengono a progetti sovranazionali di integrazione. Questi, però, non dovrebbero esser visti come ulteriori tentativi atti ad imporre il proprio potere, bensì come il retaggio dell’approccio di politica estera tedesco successivo alla Seconda Guerra Mondiale. A quel tempo, l’integrazione della Germania Ovest nel blocco occidentale e nelle organizzazioni internazionali ad esso collaterali quali la CEE e l’ONU (Westintegration), contemplava una duplice funzione: dimostrare ai vicini europei la dismissione di qualsiasi atteggiamento revanscista, e il tentativo di riconquistare la sovranità perduta dalle potenze occupanti. Per questo, un pensiero puramente egemonico tra i politici e gli esperti di politica internazionale semplicemente non trova supporto in Germania, dove al contrario, fino ad oggi, il principio dominante che ha sostanziato la sua politica estera è stato quello della auto-limitazione, diretto a contenere e ad evitare il perseguimento dei propri interessi nazionali con la forza. In aggiunta, secondo la cultura tedesca, sostenere la propria economia ha sempre implicato la creazione di benessere diffuso attraverso la cooperazione e l’integrazione. Seppur durante tale crisi finanziaria il principio di auto-limitazione sia stato più volte contraddetto, le strategie per la sua risoluzione hanno sempre perseguito l’approccio tedesco post-1945, teso a creare le condizioni per una maggiore integrazione.

Pertanto, è storicamente errato e politicamente fuorviante sostenere che la Germania punti a ricreare un’egemonia simil-nazista. Non bisognerebbe mai dimenticare di citare, quando si parla di Germania quale repubblica democratica oramai esistente da circa 70 anni, una riflessione tratta dal libro di Anika Leithner, Shaping German Foreign Policy: “Sento spesso cittadini stranieri chiedersi cosa farebbero con la ricchezza, le dimensioni geografiche e la popolazione della Germania. Eppure, non capita mai di sentirli fantasticare su cosa farebbero se ne condividessero anche il passato.”

E allora, questo Quarto Reich? Semplicemente, non esiste.

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Traduzione di Giuseppe Paparella (si ringrazia per la collaborazione Marianna Bettini).

Articolo originale: The Fourth Reich Rises